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Assassinio di Lidia Macchi: ecco come è stata massacrata

Pubblicato da
Domenico Coviello

A oltre trent’anni di distanza dall’assassinio di Lidia Macchi si è svolta una nuova udienza del processo che vede imputato come presunto omicida Stefano Binda. Nell’aula bunker del tribunale di Varese è stato ricostruito momento per momento l’efferato omicidio della studentessa 21enne di Comunione e Liberazione.

Come racconta Gabriele Moroni su Il Giorno di oggi 8 settembre, in tribunale scorrono sullo schermo le immagini del corpo esanime della studentessa ventunenne di Varese trucidata con 29 coltellate la sera del 5 gennaio 1987. Vengono mostrati anche i dettagli delle ferite, gli abiti intrisi di sangue, il viso di Lidia. Un caso mai risolto quella della morte violenta della giovane. Uno dei fatti di sangue più efferati accaduti in Italia che ancora resta un enigma.

“MASSACRATA CON RAPIDITA’ E VIOLENZA”

Lidia viene uccisa accanto alla sua Panda, in una stradina sterrata alla località Sass Pinin, nel territorio di Cittiglio (Varese). Muore là dove sarà ritrovata, al secondo giorno di ricerche. Lidia sarebbe stata accoltellata in auto. Poi, riuscita a uscire, sarebbe stata inseguita e raggiunta dall’assassino. “Efferata volontà di violenza – sostiene durante l’udienza il consulente –, rapida volontà di uccidere”. Tutto è rapido, vorticoso. Lidia perde conoscenza non oltre due minuti da quella prima ferita da difesa alla mano, muore dopo 5 o 10 minuti. Non oltre 20 minuti prima ha avuto – subìto contro la sua volontà, secondo l’accusa – il primo rapporto sessuale della sua vita. Ha perduto oltre 1500 cc di sangue. Uno sversamento enorme. Non ci sono segni di spostamento, di trascinamento del corpo sul terreno, gli stivaletti, regalo di Natale del padre, sono perfettamente calzati.

BINDA E IL GIALLO DELLA LETTERA ANONIMA

Stefano Binda – conoscente di Lidia Macchi ai tempi della comune militanza nel gruppo cattolico di Comunione e Liberazione e suo compagno di liceo – è stato arrestato il 15 gennaio 2016, all’età di 48 anni: è accusato di essere l’assassino. Tra gli elementi che avevano portato al suo arresto 29 anni dopo il delitto anche un componimento di cui lui, secondo gli inquirenti, sarebbe l’autore: la lettera anonima “In morte di un’amica” inviato alla famiglia della ragazza il giorno dei funerali di Lidia. Ma all’udienza dello scorso 12 aprile è stato reso noto che una persona aveva da pochi giorni contattato un avvocato ammettendo di aver scritto il componimento anonimo. Ciò, secondo la difesa, scagionarebbe il Binda. Potrebbe dunque non essere lui il carnefice. Cosa che, per altro, nel corso di trent’anni, è sembrata emergere: i sospettati sono stati diversi, persino sacerdoti, molti se non tutti, secondo le indagini dei magistrati, vicini o interni al gruppo di Cl.

LEGGI ANCHE: DELITTO MACCHI, CLAMOROSO COLPO DI SCENA AL PROCESSO

Photo credits: Twitter, Facebook

Domenico Coviello

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