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Sondaggio Pew: Xi Jinping visto più favorevolmente di Trump in 25 paesi su 36

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Redazione Velvet

Il sondaggio Pew che ribalta vent’anni di percezione globale: la Cina vista meglio degli USA in 25 paesi su 36

Per la prima volta in circa vent’anni di rilevazioni, il mondo guarda alla Cina con più favore di quanto guardi agli Stati Uniti. È questo il dato più dirompente che emerge dal sondaggio del Pew Research Center condotto tra febbraio e maggio 2026 su 36 paesi e territori: un’istantanea della percezione globale che segna una svolta storica e che alimenta un dibattito urgente su cosa significhi oggi il sondaggio sulla percezione Cina USA per gli equilibri geopolitici del pianeta. Non si tratta di un dettaglio di colore: è un cambiamento di paradigma che riguarda alleanze, commerci, sicurezza e la capacità dell’Occidente di costruire consenso internazionale.

I numeri del sondaggio: cosa dicono davvero i dati Pew

Il Pew Research Center ha intervistato campioni rappresentativi della popolazione in 36 paesi e territori tra febbraio e maggio 2026, pubblicando i risultati nel giugno dello stesso anno. I dati sono netti: in 25 dei 36 paesi e territori esaminati, più persone hanno un’opinione favorevole della Cina rispetto agli Stati Uniti. Solo in sei paesi gli USA vengono ancora percepiti in modo più positivo della Cina. Il resto si colloca in una zona di sostanziale equilibrio o ambiguità.

Sul fronte dei leader, il confronto tra Xi Jinping e Donald Trump è altrettanto eloquente: in 22 dei 36 paesi e territori, l’opinione su Xi Jinping risulta più favorevole di quella su Trump. Tra questi figurano tre delle principali democrazie europee — Francia, Germania e Regno Unito — vale a dire i tradizionali alleati atlantici degli Stati Uniti, quei paesi con cui Washington ha costruito decenni di cooperazione politica, militare ed economica.

Ancora più significativa, sul piano della storia recente, è l’inclusione di Canada e Messico tra i paesi in cui la Cina è vista con più favore degli USA. Si tratta dei due vicini diretti degli Stati Uniti, dei partner del blocco commerciale nordamericano, di nazioni le cui economie sono strutturalmente intrecciate con quella americana. Che proprio questi due paesi esprimano una preferenza percettiva verso Pechino rispetto a Washington è un segnale che va ben oltre la statistica.

Per approfondire la metodologia e i dati completi del sondaggio, è possibile consultare direttamente il report originale del Pew Research Center, che include le tabelle paese per paese e il dettaglio delle domande poste agli intervistati.

Una svolta storica: vent’anni di tendenza invertita

Per comprendere il peso reale di questi numeri, bisogna contestualizzarli nella lunga serie storica delle rilevazioni Pew. Questa è la prima volta in circa vent’anni che il centro di ricerca registra una simile inversione: per due decenni, nonostante le crisi, le guerre, le recessioni e le polemiche, gli Stati Uniti avevano mantenuto un vantaggio percettivo sulla Cina a livello globale. Quella tendenza si è interrotta nel 2026.

Non è un fenomeno improvviso, naturalmente. Le rilevazioni Pew degli anni precedenti avevano già mostrato un progressivo deterioramento dell’immagine americana in molte regioni del mondo, mentre la Cina lavorava sistematicamente alla propria proiezione internazionale attraverso investimenti infrastrutturali, diplomazia economica e una narrativa di stabilità contrapposta a quella che Pechino descriveva come l’instabilità del modello occidentale. Ma il salto registrato nel sondaggio del 2026 è qualitativo, non solo quantitativo: non si tratta di un’erosione lenta, ma di un sorpasso.

Il contesto in cui è stato condotto il sondaggio è cruciale per interpretarne i risultati. Il periodo febbraio-maggio 2026 ha coinciso con l’avvio di operazioni militari da parte di USA e Israele contro l’Iran, un evento che ha attraversato il dibattito pubblico globale con intensità e che ha inevitabilmente influenzato la percezione internazionale delle scelte di politica estera americana. Non è possibile isolare in modo chirurgico quanto questo specifico fattore abbia pesato sui numeri, ma sarebbe ingenuo ignorarne la presenza nel quadro complessivo.

Canada, Messico ed Europa: gli alleati che guardano altrove

Il caso di Canada e Messico merita un’analisi separata, perché è forse il dato più controintuitivo dell’intero sondaggio. Questi due paesi condividono con gli Stati Uniti non solo confini geografici, ma un’intera architettura di relazioni economiche, culturali e di sicurezza. Eppure i loro cittadini, nel 2026, esprimono una percezione più favorevole della Cina rispetto agli USA.

Questo dato va letto alla luce delle tensioni commerciali che hanno caratterizzato i rapporti nordamericani negli ultimi anni, con politiche tariffarie e pressioni bilaterali che hanno generato frustrazione sia a Ottawa che a Città del Messico. Quando un paese vicino e alleato inizia a essere percepito come una fonte di pressione o imprevedibilità, la comparazione con alternative — anche lontane e culturalmente distanti come la Cina — può spostarsi in modo significativo nell’opinione pubblica.

Il caso europeo è diverso ma altrettanto rivelatore. Francia, Germania e Regno Unito sono democrazie liberali con una lunga tradizione di allineamento atlantico. Il fatto che in questi paesi Xi Jinping sia visto più favorevolmente di Trump non significa necessariamente che i loro cittadini considerino la Cina un modello politico desiderabile: significa che, nel momento della rilevazione, il presidente americano risultava meno gradito del leader cinese. È una distinzione sottile ma importante, che separa la valutazione della persona da quella del sistema che rappresenta.

I dati completi dell’indagine sono stati riportati anche dall’Associated Press, che ha sottolineato come il sondaggio fotografa un momento di riorientamento dell’opinione pubblica globale particolarmente marcato nelle democrazie occidentali tradizionalmente più vicine a Washington.

Il sondaggio sulla percezione Cina USA e la sfida della soft power

Dietro i numeri del sondaggio sulla percezione Cina USA si nasconde una questione strutturale che riguarda il concetto di soft power — quella capacità di attrarre consenso, ammirazione e fiducia senza ricorrere alla forza o alla coercizione economica. Per decenni gli Stati Uniti hanno goduto di un vantaggio enorme su questo terreno: la cultura popolare americana, le università, le istituzioni multilaterali, la narrativa della libertà e della democrazia avevano costruito un capitale simbolico difficilmente replicabile.

Questo capitale non è scomparso, ma si è eroso. E la Cina, nel frattempo, ha investito massicciamente nella propria proiezione internazionale: dagli Istituti Confucio alle infrastrutture finanziate nell’ambito della Belt and Road Initiative, dai media di Stato con diffusione globale ai programmi di borse di studio per studenti stranieri, Pechino ha costruito una presenza capillare in molte regioni del mondo che vent’anni fa erano quasi esclusivo dominio dell’influenza occidentale.

Il sondaggio del Pew Research Center non misura direttamente il soft power, ma ne è un indicatore indiretto. La percezione favorevole è il risultato visibile di una competizione che si svolge su molteplici livelli: diplomatico, economico, culturale, informativo. E i dati del 2026 suggeriscono che, almeno sul piano della percezione, la Cina sta vincendo quella competizione in un numero crescente di contesti.

Cosa non dicono i numeri: limiti e complessità dell’analisi

Sarebbe però un errore leggere questi dati in modo semplicistico, come se stessero certificando un trasferimento di egemonia globale da Washington a Pechino. I sondaggi di opinione misurano percezioni in un momento dato, influenzate da eventi recenti, da copertura mediatica, da dinamiche locali spesso difficili da generalizzare. La stessa metodologia Pew, per quanto rigorosa e ampiamente rispettata nel campo della ricerca sociale, non cattura la complessità delle relazioni tra stati, che si giocano su piani molto più profondi dell’opinione pubblica.

Ci sono paesi in cui la Cina è percepita favorevolmente ma in cui i governi mantengono solide alleanze con Washington. Ci sono regioni in cui la presenza economica cinese genera dipendenza più che ammirazione, e in cui la percezione positiva può riflettere la mancanza di alternative percepibili piuttosto che un autentico entusiasmo. Il sondaggio sulla percezione Cina USA è uno strumento prezioso, ma va integrato con altri indicatori — commerciali, militari, diplomatici — per avere un quadro completo.

Va anche considerato che i sei paesi in cui gli USA sono ancora visti più favorevolmente della Cina non sono stati specificati nel dettaglio pubblicamente disponibile al momento della redazione di questo articolo, ma la loro esistenza ricorda che la mappa della percezione globale non è monolitica. Ci sono sacche di resistenza all’inversione di tendenza, aree in cui il legame con Washington rimane solido anche nell’opinione pubblica.

Le implicazioni geopolitiche: perché la percezione conta davvero

Si potrebbe essere tentati di liquidare i sondaggi di opinione come mere curiosità statistiche, irrilevanti rispetto alle dure realtà della geopolitica. Sarebbe un errore. La percezione pubblica influenza le scelte dei governi democratici, che devono rispondere ai propri elettori. Un paese in cui l’opinione pubblica vede gli USA in modo sfavorevole è un paese in cui il governo avrà meno margine politico per sostenere posizioni filo-americane su questioni internazionali controverse. La percezione, in democrazia, si traduce in voti, e i voti si traducono in politiche.

Questo vale in modo particolare per i paesi europei, dove le opinioni pubbliche hanno un peso reale sulle decisioni di politica estera. Se in Francia, Germania e Regno Unito i cittadini vedono Trump meno favorevolmente di Xi Jinping, i governi di questi paesi si trovano in una posizione più delicata quando si tratta di sostenere iniziative americane che richiedono solidarietà atlantica. La NATO, le sanzioni, il supporto all’Ucraina, la politica verso la Cina stessa: tutti questi dossier vengono negoziati in un contesto in cui la percezione pubblica è una variabile reale.

Analogamente, per la Cina, il miglioramento della percezione globale è una risorsa diplomatica concreta. Un paese che è visto favorevolmente ha più facilità a costruire coalizioni, a ottenere sostegno in sede multilaterale, a presentarsi come alternativa credibile in situazioni di crisi. La percezione non sostituisce il potere militare o economico, ma lo amplifica — o lo riduce.

Prospettive: cosa ci aspetta nei prossimi mesi

Il sondaggio del Pew Research Center pubblicato nel giugno 2026 è una fotografia, non una sentenza definitiva. Le percezioni globali sono dinamiche e possono cambiare rapidamente in risposta a eventi nuovi: un accordo diplomatico, una crisi economica, un conflitto, una svolta politica interna in uno dei paesi chiave. Gli stessi dati Pew degli anni precedenti mostrano quanto rapidamente possano muoversi le opinioni quando il contesto cambia.

Quello che però difficilmente cambierà nel breve termine è la traiettoria strutturale che ha portato a questo risultato. La competizione tra USA e Cina per l’influenza globale — sul piano economico, tecnologico, diplomatico e culturale — è destinata a intensificarsi, non ad attenuarsi. E il terreno su cui si gioca quella competizione include, inevitabilmente, la percezione che miliardi di persone nel mondo hanno dei due paesi e dei loro leader.

Il fatto che per la prima volta in vent’anni il sondaggio sulla percezione Cina USA segni un sorpasso a favore di Pechino non è un dato che Washington può permettersi di ignorare. Non perché i sondaggi siano infallibili, ma perché raccontano qualcosa di reale sull’umore del mondo — e il mondo, in questo momento, sta guardando con occhi diversi rispetto a vent’anni fa. Capire perché, e come rispondere, è una delle sfide più urgenti per la politica estera americana dei prossimi anni.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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