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Cuba nel buio: la sesta interruzione nazionale di corrente dell’anno alimenta la rabbia popolare

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Redazione Velvet

Il blackout cuba del 3 agosto 2026: la sesta volta nel buio in un solo anno

La notte del 3 agosto 2026 L’Avana si è spenta ancora una volta. Non si trattava di un guasto locale, di un trasformatore saltato in un quartiere periferico: era il collasso totale della rete elettrica nazionale, il sesto blackout di dimensioni nazionali che Cuba ha subito nel corso di questo anno. Circa 4,5 milioni di cubani — quasi la metà dell’intera popolazione dell’isola — si sono ritrovati senza corrente, al buio, in piena estate caraibica. Il fenomeno del blackout a Cuba non è più un’emergenza occasionale: è diventato la normalità di un Paese che lotta ogni giorno per tenere accese le luci.

Quello che colpisce non è solo la portata del guasto, ma la frequenza con cui si ripete. Già a marzo 2026, come documentato da Il Post il 22 marzo, Cuba aveva vissuto il suo secondo blackout nazionale del mese. Poi era arrivato maggio, poi altri episodi nel corso dell’estate, fino al collasso del 3 agosto. Ogni volta, l’operatore della rete elettrica nazionale — UNE, Unión Eléctrica de Cuba — ha dovuto avviare un lento e faticoso processo di ripristino, provincia per provincia, città per città, mentre milioni di persone aspettavano nell’afa.

Una rete al collasso: le cause strutturali della crisi energetica cubana

Per capire perché Cuba si ritrova così spesso nel buio, bisogna guardare alle fondamenta del suo sistema energetico. L’infrastruttura elettrica dell’isola è vecchia, malmessa e cronicamente sottoalimentata. Le centrali termoelettriche che costituiscono l’ossatura della produzione di energia sono in larga parte obsolete, soggette a guasti frequenti e difficili da mantenere in assenza di pezzi di ricambio e di carburante. Quando una o più unità di produzione smettono di funzionare, l’intera rete può andare in tilt in una reazione a catena difficile da arrestare.

Ma il problema strutturale più grave è la mancanza di combustibile. Cuba dipende quasi interamente dalle importazioni di petrolio per far girare le sue centrali, e negli ultimi mesi questa catena di approvvigionamento si è spezzata in modo drammatico. Secondo quanto riportato da BBC News, i blackout sono causati dalla combinazione di infrastrutture invecchiate e da una cronica carenza di carburante, aggravata dal blocco statunitense sulle forniture petrolifere.

Il quadro è peggiorato in modo significativo a partire da gennaio 2026. Il 29 gennaio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone tariffe straordinarie a qualsiasi Paese che venda o fornisca petrolio a Cuba. L’effetto è stato immediato e devastante: l’ultima consegna confermata di carburante sull’isola risale al 9 gennaio 2026, quando circa 85.000 barili sono arrivati dal Messico. Da quel momento, secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente cubano Miguel Díaz-Canel, per un periodo di tre mesi non è arrivato nemmeno un barile di carburante sull’isola.

A complicare ulteriormente la situazione c’è la perdita di un fornitore storico: il Venezuela. Per anni, Cuba ha ricevuto circa la metà del suo fabbisogno energetico da Caracas, in un accordo che legava le due nazioni in una dipendenza reciproca. Ma dopo la rimozione del presidente venezuelano Nicolás Maduro, i flussi di petrolio si sono interrotti, lasciando un vuoto che nessun altro fornitore ha potuto colmare — anche a causa delle pressioni economiche e diplomatiche esercitate dagli Stati Uniti.

L’impatto sulla vita quotidiana: dal buio alla mancanza d’acqua e medicine

Parlare di blackout a Cuba nel 2026 significa parlare di molto più che di qualche ora senza televisione o condizionatore. La crisi energetica ha effetti a cascata su ogni aspetto della vita quotidiana, e le conseguenze più gravi colpiscono chi è già più vulnerabile.

A L’Avana, i blackout possono durare fino a 15 ore consecutive. Nelle zone interne dell’isola, lontane dalla capitale, la situazione è ancora più grave: in molte aree i cubani hanno accesso all’elettricità solo per poche ore al giorno, e non sempre nelle ore più utili. Questo significa che frigoriferi, ventilatori, pompe dell’acqua e dispositivi medici rimangono spenti per la maggior parte della giornata.

Il problema dell’acqua è particolarmente critico: i sistemi di pompaggio idrico dipendono dall’elettricità, e quando la corrente manca, manca anche l’acqua. Le famiglie si organizzano come possono — riempiendo secchi e contenitori durante le rare ore di fornitura — ma in un clima caldo e umido come quello cubano d’estate, la scarsità d’acqua diventa rapidamente una questione di salute pubblica. Alle carenze idriche si aggiungono quelle alimentari: senza corrente per conservare i cibi, gli sprechi aumentano e la già difficile situazione degli approvvigionamenti alimentari si aggrava. Anche la disponibilità di medicine è compromessa, in particolare per quei farmaci che richiedono refrigerazione.

Secondo quanto riportato dalla BBC, i blackout hanno causato carenze di cibo, medicine e acqua potabile. Non si tratta di disagi temporanei: per molte famiglie cubane, questa è la realtà quotidiana da mesi.

La protesta dei cubani: le pentole come voce del dissenso

Di fronte a una crisi così prolungata e profonda, la pazienza dei cubani ha mostrato i suoi limiti. La notte del 3 agosto, durante il blackout, nel centro de L’Avana si è sentito un suono insolito: il rumore di pentole e padelle battute dai balconi. È il cosiddetto “cacerolazo”, una forma di protesta popolare diffusa in tutta l’America Latina, in cui i cittadini esprimono il loro malcontento attraverso il rumore domestico, sicuro e difficile da reprimere.

Non è la prima volta che i cubani ricorrono a questa forma di dissenso. La crisi energetica ha alimentato una frustrazione crescente che si manifesta in modi diversi, ma il cacerolazo del 3 agosto ha avuto una particolare risonanza, sia per la sua ampiezza sia per il contesto: era il sesto blackout nazionale dell’anno, e la gente ne aveva abbastanza. Il rumore delle pentole nel buio de L’Avana è diventato il simbolo di una crisi che non accenna a risolversi.

La protesta silenziosa — o meglio, rumorosa ma non violenta — riflette anche la difficoltà di esprimere il dissenso in modo aperto in un sistema politico come quello cubano. Il cacerolazo permette ai cittadini di manifestare collettivamente senza esporsi in modo diretto, sfruttando l’anonimato del buio e la natura domestica del gesto. Ma il messaggio è chiaro: la fiducia nelle istituzioni e nella capacità del governo di risolvere la crisi si sta erodendo.

Il ruolo delle sanzioni internazionali e la geopolitica dell’energia cubana

La crisi energetica cubana non può essere letta senza considerare il contesto geopolitico in cui si inserisce. Il blocco statunitense sulle forniture petrolifere — rafforzato dall’ordine esecutivo di Trump del 29 gennaio 2026 — ha di fatto isolato Cuba dai mercati energetici internazionali, rendendo quasi impossibile trovare fornitori disposti ad affrontare le conseguenze economiche e diplomatiche di una fornitura all’isola.

Il Messico aveva mantenuto una linea di rifornimento fino all’inizio dell’anno: l’ultima consegna di circa 85.000 barili risale al 9 gennaio 2026. Dopodiché, il silenzio. Nessuna petroliera, nessun carico, nessuna alternativa. Il presidente Díaz-Canel ha confermato pubblicamente che per un arco di tre mesi l’isola non ha ricevuto carburante, una circostanza straordinaria che spiega in modo diretto perché la rete elettrica sia collassata più e più volte nel corso dell’anno.

La perdita del Venezuela come fornitore principale ha rappresentato un colpo durissimo. Per decenni, l’accordo petrolifero con Caracas aveva permesso a Cuba di mantenere in funzione le sue centrali elettriche, anche in condizioni di difficoltà economica. Con la fine di quell’accordo, Cuba si è trovata senza una rete di sicurezza energetica, esposta alla volatilità dei mercati internazionali e alle pressioni politiche di Washington.

Questo intreccio di fattori — infrastrutture obsolete, dipendenza da importazioni, sanzioni statunitensi, perdita del fornitore venezuelano — crea una crisi sistemica che non può essere risolta con soluzioni rapide o tamponi temporanei. UNE può ripristinare la corrente dopo ogni blackout, ma non può riparare in pochi giorni decenni di sottoinvestimento e isolamento economico.

Il processo di ripristino e le prospettive a breve termine

Dopo il collasso del 3 agosto, UNE ha avviato il graduale ripristino dell’elettricità nelle diverse province e città dell’isola. Il processo è lento per definizione: riportare online una rete elettrica nazionale dopo un collasso totale richiede tempo, coordinamento tecnico e, soprattutto, carburante disponibile per rimettere in moto le centrali. Le condizioni meteorologiche avverse hanno complicato ulteriormente le operazioni di ripristino.

Ma anche quando la corrente torna, la situazione non si normalizza. Il regime di fornitura rimane discontinuo, con interruzioni programmate e non programmate che si alternano nel corso della giornata. L’obiettivo di garantire un accesso stabile all’elettricità per tutti i cubani appare lontano, in assenza di un cambiamento radicale nelle condizioni di approvvigionamento energetico.

Le prospettive a breve termine non sono incoraggianti. Senza nuove forniture di carburante, senza investimenti nell’infrastruttura e senza un allentamento delle pressioni internazionali, il rischio di ulteriori blackout nazionali rimane alto. La stagione estiva, con le sue temperature elevate e la maggiore domanda di energia per il raffreddamento, aggrava la pressione su una rete già al limite.

Domande frequenti sul blackout a Cuba

Quanti blackout nazionali ha subito Cuba nel 2026?

Cuba ha subito sei blackout di dimensioni nazionali nel 2026, con l’ultimo — e il più recente — verificatosi il 3 agosto 2026, quando circa 4,5 milioni di persone sono rimaste senza corrente.

Quali sono le cause principali dei blackout a Cuba?

Le cause principali sono tre: infrastrutture elettriche obsolete e in cattivo stato di manutenzione, una cronica carenza di carburante per le centrali termoelettriche, e il blocco statunitense sulle forniture petrolifere, rafforzato dall’ordine esecutivo firmato da Trump il 29 gennaio 2026.

Come protestano i cubani contro i blackout?

Durante il blackout del 3 agosto, i residenti del centro de L’Avana hanno protestato battendo pentole e padelle dai balconi, una forma di dissenso popolare nota come “cacerolazo”, comune in molti Paesi dell’America Latina.

Quanto dura un blackout a Cuba?

A L’Avana i blackout possono durare fino a 15 ore. Nelle zone interne dell’isola la situazione è ancora più grave, con l’elettricità disponibile solo per poche ore al giorno in molte aree.

Un Paese che aspetta la luce

Il sesto blackout cuba del 2026 non è solo un dato statistico: è il ritratto di un Paese intrappolato tra un’infrastruttura che non regge più e un contesto geopolitico che non lascia spazio di manovra. I cubani che battono le pentole nel buio de L’Avana non chiedono miracoli: chiedono di poter conservare il cibo, di avere acqua corrente, di accedere alle medicine, di vivere con una dignità minima che passa anche — e soprattutto — dall’avere la luce accesa. Finché le cause strutturali della crisi non verranno affrontate — sia sul piano interno, con investimenti seri nell’infrastruttura energetica, sia su quello internazionale, con una revisione delle politiche di sanzione — il rischio è che il settimo blackout sia solo questione di settimane.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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