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Paul Mackenzie condannato: il verdetto nel processo al leader della setta che ha affamato 191 persone

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Redazione Velvet

Il 19 ottobre 2026 un tribunale di Mombasa, in Kenya, ha emesso una sentenza destinata a entrare nella storia giudiziaria del continente africano: Paul Nthenge Mackenzie, autoproclamato pastore e leader della setta apocalittica Good News International Church, è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio di 191 persone — 190 bambini e 1 adulto — morte di stenti nella foresta di Shakahola, nell’est del Kenya. Con Paul Mackenzie condannato, si chiude il primo e più atteso capitolo di un processo che ha scosso il mondo intero e riaperto il dibattito globale sui pericoli delle sette apocalittiche e sul controllo mentale esercitato da figure carismatiche ai margini della religione organizzata.

Chi è Paul Mackenzie e cos’era la Good News International Church

Paul Nthenge Mackenzie non era un teologo né un ministro di culto riconosciuto da alcuna istituzione religiosa: era un autoproclamato pastore, la cui autorità si fondava esclusivamente sulla capacità di convincere i propri seguaci della propria missione divina. La sua organizzazione, la Good News International Church, si presentava come una comunità cristiana, ma le pratiche che vi venivano imposte erano radicalmente distanti da qualsiasi dottrina cristiana tradizionale.

Secondo le testimonianze di sopravvissuti e familiari delle vittime raccolte nel corso delle indagini, Mackenzie avrebbe convinto i fedeli che il digiuno prolungato fino alla morte fosse l’unico modo per “andare a vedere Gesù”. Una promessa di salvezza ultraterrena che, nella pratica, si traduceva in un ordine di autoaffamamento sistematico, impartito dal leader e accettato da famiglie intere, compresi i bambini più piccoli. La foresta di Shakahola, nella contea di Kilifi, era diventata una sorta di insediamento-rifugio dove i seguaci si erano ritirati dal mondo esterno per attendere la fine dei tempi.

La scoperta delle fosse nella foresta di Shakahola

Le autorità keniote si sono trovate di fronte a uno scenario di proporzioni difficilmente immaginabili: oltre 400 corpi sono stati rinvenuti sepolti in tombe superficiali nella foresta di Shakahola. La scoperta ha richiesto settimane di scavi e ha mobilitato squadre forensi da più parti del paese. Le vittime accertate nell’imputazione a carico di Mackenzie ammontano a 191, di cui la stragrande maggioranza — 190 — erano minori. Un dato che, da solo, restituisce la dimensione della tragedia: bambini che non avevano la possibilità di scegliere, trascinati in una spirale mortale dalle decisioni degli adulti che avrebbero dovuto proteggerli.

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Le famiglie delle vittime e i sopravvissuti hanno descritto anni di isolamento progressivo, di rottura con il mondo esterno e di dipendenza totale dalla parola del predicatore. La foresta non era solo un luogo fisico: era il simbolo di una separazione voluta e imposta, che rendeva i fedeli impermeabili a qualsiasi voce critica proveniente dall’esterno.

Il processo: le accuse e i co-imputati

Le accuse formali nei confronti di Paul Mackenzie sono state depositate il 6 febbraio 2024, segnando l’avvio ufficiale di un iter giudiziario atteso e complesso. Insieme a Mackenzie, sono stati chiamati a rispondere davanti alla giustizia altri 29 suoi seguaci, anch’essi imputati per gli omicidi. La decisione di processare non solo il leader ma anche un gruppo di adepti riflette la volontà delle autorità keniote di ricostruire l’intera catena di responsabilità all’interno della struttura gerarchica della setta.

Il processo si è svolto a Mombasa e ha visto sfilare testimoni, periti forensi e familiari delle vittime. La complessità del caso — sia per il numero delle vittime sia per la natura del reato, che implicava dimostrare il nesso causale tra le prediche di Mackenzie e le morti per denutrizione — ha richiesto mesi di istruttoria e dibattimento. Il verdetto del 19 ottobre 2026 rappresenta il primo pronunciamento ufficiale della corte e segna un momento storico per la giurisprudenza keniota in materia di crimini commessi in contesti religiosi settari.

Paul Mackenzie condannato: il significato del verdetto

Con Paul Mackenzie condannato per l’omicidio di 191 persone, il Kenya stabilisce un precedente giuridico di grande rilevanza. Dimostrare in sede penale che un leader religioso è responsabile delle morti dei propri seguaci — anche quando queste avvengono attraverso un atto apparentemente “volontario” come il digiuno — è una sfida probatoria straordinaria. La condanna di Mombasa afferma che la manipolazione psicologica e il controllo esercitato su persone vulnerabili possono costituire la base di un’imputazione per omicidio.

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Il caso di Shakahola non è il primo nella storia delle sette apocalittiche a concludersi con una tragedia di massa — basti pensare, in prospettiva storica, ad altri episodi tristemente noti a livello internazionale — ma per dimensioni e per la specificità del meccanismo di morte (l’autoaffamamento come atto di fede imposto) rappresenta un unicum nel panorama contemporaneo. Per approfondire il profilo di Mackenzie e la cronologia del processo, Al Jazeera ha pubblicato una ricostruzione dettagliata degli eventi e delle dinamiche della setta.

Il nodo del controllo mentale e la tutela dei minori

Uno degli aspetti più inquietanti dell’intera vicenda riguarda la presenza massiccia di minori tra le vittime. I bambini non hanno scelto di seguire il predicatore: sono stati condotti nella foresta dai propri genitori, già pienamente sotto l’influenza di Mackenzie. Questo pone una questione etica e giuridica che va ben oltre il singolo processo: come proteggere i minori quando sono i loro stessi tutori a metterli in pericolo in nome di una fede distorta?

Le organizzazioni per i diritti dell’infanzia attive in Kenya hanno sottolineato la necessità di rafforzare i meccanismi di sorveglianza e di intervento precoce nei confronti di comunità che mostrano segnali di isolamento settario. La tragedia di Shakahola ha reso evidente quanto possano essere letali le zone d’ombra in cui operano gruppi che si autodefiniscono religiosi ma che in realtà esercitano un controllo totale sulla vita — e sulla morte — dei propri membri.

Le famiglie delle vittime e la ricerca di giustizia

Per i familiari delle 191 vittime, il verdetto del 19 ottobre 2026 rappresenta un momento di riconoscimento ufficiale di una perdita che per molti è rimasta a lungo senza nome né risposta. Sopravvissuti e parenti hanno seguito il processo con la speranza che la condanna potesse restituire dignità a chi è morto e prevenire che simili tragedie si ripetano. La sentenza non cancella il dolore, ma fissa nella storia giudiziaria del Kenya — e in quella internazionale — che ciò che è accaduto nella foresta di Shakahola è stato un crimine, non un atto di fede.

Il processo a carico degli altri 29 imputati prosegue, e nei prossimi mesi si attende che la corte si pronunci anche sulla loro posizione. La vicenda della Good News International Church continua dunque a dispiegarsi davanti ai giudici di Mombasa, mentre il Kenya — e il mondo — cercano di fare i conti con una delle più devastanti tragedie settarie degli ultimi decenni.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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