Di Maio contro i giornalisti: ecco perché

Luigi Di Maio non fa ammenda delle sue dichiarazioni contro i giornalisti, definiti sabato scorso 10 novembre, “infimi sciacalli”, “pennivendoli”, “puttane”. Ciò era avvenuto subito dopo la sentenza di assoluzione per la sindaca di Roma Virginia Raggi. Al coro degli insulti generalizzati verso la categoria, che è anche un ordine professionale tutelato dalla legge, si era unito Alessandro Di Battista, prossimo al rientro dal Centro America.

Quando ce vo’, ce vo’…– ha dichiarato domenica a La7 durante Non è l’Arena condotta da Massimo Giletti -. Nessun passo indietro“. Poi ha aggiunto: “Il processo alla Raggi è stato trasformato nel processo ad Al Capone. Posso avere il diritto di arrabbiarmi?”. Per il vicepremier i giornalisti hanno “reagito come una casta” e la categoria invece di condannare gli attacchi a mezzo stampa, adesso “vuole cacciare me dall’ordine dei giornalisti, visto che sono pubblicista, e faranno i falsh mob contro di me”. La realtà, sostiene ancora Di Maio, è che “troppi giornalisti peccano di disonestà intellettuale“.

Oggi 14 novembre, però, Di Maio si è affrettato a esprimere solidarietà e vicinanza a Federico Ruffo di Report, la trasmissione Rai che ha mandato in onda, nelle scorse settimane, le prime puntate di un’inchiesta su presunti legami fra dirigenti della Juventus, ultras della curva ed esponenti mafiosi della ‘ndrangheta calabrese. Ruffo ha denunciato ai carabinieri di essere stato vittima di un attentato incendiario nel cuore della notte, sventato per un soffio, a Ostia, davanti alla porta di casa, dopo che i malviventi erano entrati nel giardino della villetta. Soltanto per l’abbaiare furibondo del suo cane, Federico Ruffo si è destato dal sonno e, insospettito, ha cercato di capire cosa stava succedendo. I criminali erano fuggiti lasciando una croce dipinta di rosso sul muro e tracce abbondanti di liquido infiammabile che avrebbe dovuto incendiare, una volta innescate, l’abitazione del cronista.

Ammesso che esistano (e ci sono) “giornalisti che peccano di disonestà intellettuale” per dirla con le parole del giornalista pubblicista Luigi Di Maio, ce ne sono molti, la stragrande maggioranza, che fanno ogni giorno a testa bassa il proprio lavoro, spesso sfruttati sul lavoro e sottopagati, e qualcuno rischia anche la vita. Anche su questo punto Di Maio è intervenuto dicendosi pronto a tutelare un equo compenso per ogni cronista. Dal canto suo Alessandro Di Battista – i cui video reportage dal Centro America sono pubblicati Dal Fatto Quotidiano – ha indicato alla pubblica opinione alcuni di quelli che secondo lui sono i giornalisti “liberi”, elencati con nome e cognome in un post del 13 novembre sulla sua pagina Facebook.

Libertà di stampa: giornalisti in piazza. La reazione di Di Maio e Di Battista

Giornalisti in piazza in tutta Italia, oggi 13 novembre, in difesa della libertà di stampa. E Luigi Di Maio annuncia di volere l’equo compenso per la categoria. ConAlessandro Di Battista il vicepremier si era reso protagonista – sabato scorso, a seguito dell’assoluzione di Virginia Raggi dall’ipotesi di reato per falso nelle nomine in Campidoglio -, di insulti ai giornalisti, definiti “sciacalli”, “pennivendoli” e “puttane” in relazione alla vicenda giudiziaria della sindaca di Roma.

SOLIDARIETA’ DA LONDRA E BRUXELLES
La reazione del giornalismo italiano è stata netta. E la Federazione Nazionale della Stampa ha organizzato flash mob nei capoluoghi di regione, indetti per la giornata di oggi 13 novembre, ricevendo anche adesioni dai colleghi di Bruxelles e Londra, con lo slogan “Giù le mani dall’informazione“. Dalle piazze è partito un coro unanime dopo le dichiarazioni di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista contro i giornalisti seguite alla sentenza di assoluzione per Virginia Raggi.

PRESIDI E FLASH MOB IN MOLTE CITTA’
A seguito delle prese di posizione, ieri, delle principali cariche istituzionali, compreso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, interviene anche l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. “Ogni attacco agli organi di stampa – afferma – rischia di ledere il principio costituzionale di libera manifestazione del pensiero, che è alla base del pluralismo dell’informazione e del diritto di cronaca e di critica”. Le principali manifestazioni si sono svolte a Roma, in piazza dei Santi Apostoli alla presenza dei vertici della Federazione, e a Milano in via Vivaio. Presidi anche ad Ancona, Aosta, Bari, Bologna, Bolzano, Cagliari, Campobasso, Firenze, Genova, Napoli, Palermo, Perugia, Pescara, Potenza, Reggio Calabria, Torino, Trieste, Venezia
LA REAZIONE DI DI MAIO

Non si è fatta attendere la reazione del Movimento 5 Stelle. “La libertà di informazione si garantisce prima di tutto migliorando le condizioni di lavoro dei giornalisti. Soprattutto i giornalisti sottopagati, al limite dello sfruttamento”, afferma Luigi Di Maio in diretta video sui social aggiungendo: “Vogliamo garantire la libertà di stampa con l’equo compenso” per tutti i professionisti, anche per i giornalisti. “La stampa deve essere libera da tutto e da tutti“, ha aggiunto Di Maio sottolineando che “c’è una proposta di legge che porteremo a breve in Parlamento che incentiva i cosiddetti editori puri, cioè quegli editori che non hanno interessi politici né economici”. “Chi parla di dittatura oggi o di pericolo di dittatura come Berlusconi, mi fa un po’ ridere – dice Di Maio – perché rappresenta quella classe politica che quando era al Governo ha addirittura epurato giornalisti come Biagi, Luttazzi e Santoro”.

LA REAZIONE DI DI BATTISTA E BONAFEDE

È partita la difesa corporativista, puerile, patetica, ipocrita, conformista e oltretutto controproducente di una parte del sistema mediatico – sottolinea Alessandro Di Battista -. Quando per orgoglio e malafede non sanno chiedere scusa per le menzogne scritte sulla Raggi, per la difesa a spada tratta di un sistema morente, per aver avallato il neoliberismo e tutte le sue nefandezze, partono con la solita litania: ‘giù le mani dall’informazione’”. “Se fossi un giornalista prenderei le distanze da chi inventa i fatti e fa il tiro al bersaglio“, aggiunge il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

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