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xAI e Google in tribunale: il copyright dell’IA al centro dello scontro legale

Copyright intelligenza artificiale: cosa dicono le leggi, le cause contro Google, OpenAI e Anthropic, come proteggere le tue opere e cosa cambia in Italia nel 2026.
Redazione Velvet 16/07/2026
xAI e Google in tribunale: il copyright dell'IA al centro dello scontro legale

Copyright e intelligenza artificiale: perché le big tech finiscono in tribunale

Il copyright intelligenza artificiale è diventato uno dei terreni di scontro legale più caldi di questo momento. Mentre i modelli linguistici di nuova generazione conquistano redazioni, studi legali e case editrici, cresce in parallelo un fronte giudiziario che mette in discussione le fondamenta stesse di questi sistemi: i dati su cui vengono addestrati. Google, xAI, OpenAI e Anthropic si trovano oggi al centro di cause intentate da giornalisti, scrittori, illustratori ed editori che reclamano il rispetto delle proprie opere. Non si tratta di episodi isolati: è una marea che sta ridisegnando i confini del lecito nell’era dell’IA, e il cui esito determinerà le regole del gioco per gli anni a venire. Capire cosa dice oggi la legge — e dove ancora tace — è essenziale per chiunque crei, pubblichi o semplicemente consuma contenuti digitali.

Cos’è il copyright dell’intelligenza artificiale e perché è così controverso

Quando si parla di copyright intelligenza artificiale, ci si riferisce a due questioni distinte ma intrecciate. La prima riguarda i dati di addestramento: le aziende tech hanno il diritto di usare opere protette — libri, articoli, immagini — per addestrare i propri modelli senza chiedere il permesso né pagare i titolari? La seconda riguarda i contenuti generati dall’IA: chi possiede il diritto d’autore su un testo o un’immagine prodotta da un sistema artificiale?

Entrambe le domande rimangono aperte nel 2026. Sul fronte dei dati di addestramento, le aziende invocano il principio del fair use — la dottrina anglosassone che consente usi limitati e trasformativi di opere protette senza licenza. Sul fronte dei contenuti generati, molti ordinamenti, incluso quello italiano, non riconoscono la paternità giuridica a un’entità non umana, lasciando un vuoto normativo che legislatori e tribunali stanno cercando di colmare. Ogni nuova sentenza aggiunge un tassello a un mosaico ancora incompleto, rendendo il tema urgente per chiunque lavori con i contenuti digitali.

Chi può vantare diritti d’autore sull’IA: autori, aziende o nessuno?

La domanda «a chi appartiene il diritto d’autore sull’intelligenza artificiale?» si declina in realtà su tre livelli distinti, spesso confusi nel dibattito pubblico.

  • I creatori delle opere di addestramento — scrittori, giornalisti, illustratori — rivendicano il diritto di essere compensati quando le loro opere vengono usate per costruire modelli commerciali.
  • Le aziende sviluppatrici sostengono di essere le uniche titolari dell’output generato dai propri sistemi, in quanto investitrici dell’infrastruttura tecnologica.
  • Gli utenti finali che elaborano prompt complessi e selezionano o modificano l’output si trovano in una zona grigia: il loro contributo creativo potrebbe — in alcuni casi — essere sufficiente per rivendicare una tutela parziale.

Nessuno dei tre livelli ha ancora una risposta giuridica definitiva. È proprio questa incertezza a rendere il tema del copyright e intelligenza artificiale così urgente e così dibattuto nelle aule di tribunale di mezzo mondo.

Le principali cause in corso: da Carreyrou agli editori contro Google

Il fronte giudiziario sul copyright intelligenza artificiale si è allargato rapidamente nel corso degli ultimi mesi, coinvolgendo attori sempre più diversi — dai singoli autori ai grandi gruppi editoriali — e mettendo sotto pressione le strategie legali delle principali aziende tech.

Il caso Carreyrou e le azioni degli autori contro le big tech

John Carreyrou — giornalista del New York Times noto per le sue inchieste di lungo corso — ha depositato una causa contro Google, xAI e OpenAI, contestando l’uso delle sue opere per addestrare i modelli di intelligenza artificiale senza autorizzazione né compenso. Nello stesso periodo, un gruppo più ampio di autori ha avviato azioni legali per violazione del diritto d’autore contro diverse aziende del settore IA, chiedendo non solo il riconoscimento della violazione ma anche risarcimenti economici sostanziali.

Il punto centrale di queste cause è semplice nella sua formulazione, ma complesso nelle implicazioni: quando un’azienda tecnologica raccoglie milioni di libri, articoli, saggi e opere illustrate per “nutrire” un modello linguistico, sta compiendo un atto che richiede il consenso dei titolari dei diritti? Gli avvocati delle aziende tendono a rispondere di no, invocando il principio del fair use. I creatori, al contrario, sostengono che l’addestramento su larga scala non è un uso “limitato” né “trasformativo” nel senso tradizionale del termine: è un’appropriazione sistematica che genera profitto diretto per le piattaforme.

La class action degli autori e illustratori contro Google

Tra le vertenze più rilevanti in corso vi è il procedimento noto come In re Google Generative AI Copyright Litigation, nel quale autori e illustratori chiedono il riconoscimento di una classe di titolari di copyright che abbiano subito danni dall’uso delle loro opere per addestrare i prodotti di intelligenza artificiale di Google, incluso Gemini. La questione della certificazione della classe è cruciale: se il tribunale la concedesse, la causa potrebbe coinvolgere potenzialmente migliaia di creatori, trasformando una vertenza individuale in un procedimento collettivo di portata storica.

Autori e illustratori stanno spingendo con determinazione per ottenere questo riconoscimento. Il ragionamento è che la violazione non riguarda un singolo libro o una singola illustrazione, ma un meccanismo sistematico di acquisizione di contenuti protetti che ha colpito in modo uniforme una categoria intera di professionisti creativi. Se il giudice accetterà questa lettura, le conseguenze per Google — e per l’intero settore — potrebbero essere enormi.

Gli editori portano Google in tribunale: la nuova escalation

Un gruppo di grandi editori ha depositato una nuova causa contro Google, accusando l’azienda di aver sottratto contenuti protetti da copyright per alimentare i propri sistemi di IA generativa. Questa mossa rappresenta un salto di qualità rispetto alle azioni precedenti: non si tratta più solo di singoli autori o di piccoli gruppi di scrittori, ma di soggetti industriali con risorse legali significative e con un interesse economico diretto nella tutela del proprio catalogo.

Gli editori sostengono che il modello attuale — in cui le aziende tech raccolgono contenuti, li usano per costruire prodotti commerciali e poi vendono l’accesso a quei prodotti senza riversare nulla agli autori originali — costituisce una forma di parassitismo economico mascherato da innovazione tecnologica. Il tema non è solo legale: è una questione di ecosistema culturale. Se la produzione di contenuti di qualità non viene remunerata, nel lungo periodo si rischia un impoverimento dell’informazione e della cultura che finirà per danneggiare anche i modelli di IA stessi, privati di nuove fonti di alta qualità su cui aggiornarsi.

Per approfondire la dinamica di questa causa specifica, è utile consultare la copertura di TechXplore sulla denuncia degli editori contro Google, che ricostruisce i termini dell’accusa e le prime reazioni dell’azienda.

Il precedente Anthropic: il primo accordo nell’era dell’IA

In questo panorama di scontri aperti, un episodio si distingue per il suo valore simbolico: Anthropic, la società che sviluppa il modello Claude, ha raggiunto quello che viene descritto come il primo accordo significativo in una disputa sul copyright e intelligenza artificiale legato all’addestramento dei modelli. L’accordo non ha dettagli economici resi pubblici, ma ha aperto una strada che altri potrebbero seguire.

Il fatto che una delle principali aziende del settore abbia scelto la via della transazione piuttosto che quella del contenzioso prolungato è letto dagli esperti legali come un segnale importante. Significa che almeno in alcuni casi le aziende riconoscono implicitamente la vulnerabilità delle proprie posizioni giuridiche. Significa anche che esiste uno spazio per negoziare modelli di compensazione che vadano oltre la logica del “prendiamo tutto e vediamo se qualcuno protesta”.

Il precedente Anthropic è importante anche perché dimostra che il settore non è monolitico: alcune aziende stanno cercando accordi con gli editori e le agenzie di stampa, mentre altre continuano a difendere in tribunale la tesi del fair use. Questa differenziazione di approcci potrebbe accelerare la definizione di nuovi standard di settore, anche in assenza di interventi legislativi espliciti.

La dottrina del fair use alla prova dell’IA generativa

Al cuore di tutte queste cause c’è una domanda giuridica fondamentale: l’addestramento di un modello di IA su opere protette da copyright costituisce un uso “trasformativo” ai sensi della dottrina del fair use? La risposta non è scontata, e i tribunali stanno ancora elaborando una giurisprudenza coerente su questo punto.

Il fair use, nella tradizione giuridica anglosassone, si valuta attraverso quattro criteri: lo scopo e il carattere dell’uso, la natura dell’opera originale, la quantità dell’opera utilizzata e l’effetto sul mercato potenziale dell’opera. Applicare questi criteri all’addestramento di un modello linguistico è un esercizio complesso. Da un lato, si potrebbe sostenere che il modello non “riproduce” le opere ma le usa per apprendere strutture linguistiche generali — un processo analogo a quello di un essere umano che legge migliaia di libri per diventare un buon scrittore. Dall’altro, la scala industriale dell’operazione, il valore commerciale dei prodotti risultanti e la mancanza di qualsiasi forma di compensazione rendono difficile applicare una dottrina pensata per usi molto più circoscritti.

In Europa, il quadro normativo è diverso: la Direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale prevede un’eccezione per il text and data mining a fini di ricerca scientifica, ma impone agli operatori commerciali di rispettare le riserve esplicite dei titolari dei diritti. Molti editori europei hanno già inserito nei propri termini di servizio clausole che vietano l’uso dei loro contenuti per l’addestramento di sistemi di IA — una mossa che potrebbe avere conseguenze legali significative per le aziende che ignorano queste riserve.

Chi possiede il diritto d’autore sui contenuti generati dall’IA?

Oltre alla questione dei dati di addestramento, il copyright intelligenza artificiale pone un secondo problema cruciale: a chi appartiene ciò che l’IA produce? In Italia, come nella maggior parte degli ordinamenti europei, il diritto d’autore spetta all’autore umano che ha creato l’opera con un apporto intellettuale originale. Un testo generato interamente da un sistema automatico, senza un contributo creativo umano riconoscibile, non è tutelabile. Tuttavia, se un utente guida il modello con prompt elaborati e seleziona, modifica e organizza l’output, la questione si fa più sfumata. I tribunali stanno iniziando ad affrontare questi casi, e le prime sentenze — soprattutto negli Stati Uniti — tendono a negare la protezione ai contenuti puramente generati da macchine.

Il ruolo delle licenze e dei modelli alternativi

Una delle soluzioni che sta emergendo nel dibattito sul copyright intelligenza artificiale è quella delle licenze collettive: sul modello di quanto avviene per la musica con le collecting societies, si potrebbe immaginare un sistema in cui le aziende di IA pagano un canone per l’accesso a corpus di testi e immagini, con la remunerazione distribuita ai titolari dei diritti in proporzione all’uso effettivo. Alcune organizzazioni di autori stanno già esplorando questa strada, e non mancano proposte legislative in tal senso sia negli Stati Uniti che nell’Unione Europea.

Un altro approccio è quello degli accordi bilaterali: alcune grandi testate giornalistiche e alcune case editrici hanno già stretto intese con aziende di IA per consentire l’uso dei propri archivi in cambio di compensi economici o di partecipazioni ai ricavi. Questi accordi restano però l’eccezione, non la regola, e non risolvono il problema dei milioni di autori individuali che non hanno né il potere contrattuale né le risorse legali per negoziare in proprio.

Per un quadro più ampio sulle implicazioni legali di queste vertenze, il sito di Reuters offre una ricostruzione dettagliata della causa intentata da Carreyrou contro Google, xAI e OpenAI, con attenzione alle argomentazioni legali di entrambe le parti.

Copyright IA in Italia: cosa dice la legge oggi

Per chi opera o crea contenuti in Italia, il quadro normativo di riferimento sul copyright intelligenza artificiale si articola su più livelli sovrapposti.

La Legge sul diritto d’autore (L. 633/1941), pur essendo uno strumento pensato per un’epoca analogica, rimane il pilastro della tutela: protegge le opere dell’ingegno di carattere creativo e le attribuisce all’autore persona fisica. Non prevede — e non potrebbe prevedere — la titolarità in capo a un sistema automatico.

Il recepimento della Direttiva Copyright UE (D.Lgs. 177/2021) ha introdotto l’eccezione per il text and data mining, distinguendo tra usi di ricerca (liberi) e usi commerciali (soggetti alla riserva esplicita del titolare). Chi pubblica contenuti online può quindi inserire nei propri termini di servizio un divieto esplicito all’uso per l’addestramento di sistemi di IA: questa riserva è giuridicamente rilevante nell’ordinamento italiano ed europeo.

La SIAE e le principali associazioni di categoria stanno spingendo per un aggiornamento normativo che riconosca esplicitamente un diritto di remunerazione per l’uso delle opere nei processi di addestramento. La proposta più discussa prevede un meccanismo simile al compenso per copia privata: un prelievo sulle aziende di IA da redistribuire agli autori tramite le collecting societies.

Sul piano europeo, l’AI Act — in applicazione progressiva — impone agli sviluppatori di modelli di IA ad alto impatto obblighi di trasparenza sulle fonti dei dati di addestramento. Non risolve direttamente la questione del copyright, ma crea un obbligo di documentazione che potrebbe rivelarsi cruciale nei futuri contenziosi: se un’azienda non è in grado di dimostrare di aver usato solo dati leciti, la sua posizione in tribunale si indebolisce considerevolmente.

Le novità normative attese nel 2026

Il 2026 si preannuncia come un anno cruciale per la tutela del copyright nell’era dell’intelligenza artificiale. A livello europeo, la Commissione sta valutando linee guida interpretative sull’applicazione della Direttiva Copyright ai sistemi di IA generativa, con l’obiettivo di chiarire i confini dell’eccezione per il text and data mining. In Italia, il Parlamento ha avviato audizioni con le associazioni di autori ed editori per valutare eventuali modifiche alla legge sul diritto d’autore. Negli Stati Uniti, il Copyright Office ha pubblicato rapporti che aprono la strada a interventi legislativi mirati. Il quadro è in rapida evoluzione: chi crea contenuti professionalmente farebbe bene a monitorare questi sviluppi con attenzione.

Cosa cambia per chi crea contenuti: guida pratica

Al di là delle aule di tribunale, il dibattito sul copyright e intelligenza artificiale ha conseguenze concrete per chiunque produca contenuti professionalmente — o semplicemente gestisca un sito, un blog o un profilo editoriale. Ecco i punti essenziali da tenere a mente oggi.

Come proteggere le proprie opere dall’uso non autorizzato per l’addestramento IA

La prima mossa concreta è inserire nei termini di servizio del proprio sito o portale una riserva esplicita che vieti l’uso dei contenuti per l’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale. Nell’ordinamento europeo, questa clausola è giuridicamente rilevante grazie al recepimento della Direttiva Copyright: un’azienda che la ignori si espone a contestazioni legali. Sul piano tecnico, il file robots.txt può essere aggiornato per bloccare i crawler specifici delle principali aziende di IA — GPTBot di OpenAI, CCBot di Common Crawl, Google-Extended — anche se questa misura non ha valore legale autonomo e va affiancata alla riserva contrattuale.

Per i fotografi e gli illustratori, alcune piattaforme di stock hanno già introdotto opzioni di opt-out dai dataset di addestramento: vale la pena verificare le impostazioni del proprio account e aggiornarle di conseguenza. Per gli autori di libri, le associazioni di categoria — in Italia la SIAE e la SEPS — stanno costruendo registri collettivi che potrebbero diventare la base per future rivendicazioni di compenso.

Usare l’IA generativa senza violare il copyright altrui

Chi usa strumenti di IA generativa per produrre testi, immagini o codice deve fare i conti con un rischio speculare: il contenuto prodotto potrebbe riprodurre, anche involontariamente, elementi protetti presenti nei dati di addestramento. Le principali piattaforme stanno introducendo garanzie contrattuali di indennizzo per i propri utenti business — OpenAI, Google e Microsoft hanno tutte adottato clausole di questo tipo — ma la copertura non è illimitata e non esime l’utente da una verifica di base sull’originalità dell’output. Strumenti di rilevamento della similarità testuale e una revisione umana attenta rimangono le misure più efficaci per ridurre il rischio.

Un consiglio pratico: quando si usa un modello generativo per produrre contenuti destinati alla pubblicazione commerciale, è opportuno documentare il processo creativo — i prompt utilizzati, le modifiche apportate, le fonti di ispirazione dichiarate — in modo da poter dimostrare, se necessario, il contributo intellettuale umano che fonda la tutela autoriale.

Il futuro del copyright nell’era dell’intelligenza artificiale

Guardando avanti, il nodo del copyright intelligenza artificiale non si scioglierà con una singola sentenza o una singola legge. Quello che si sta delineando è piuttosto un processo di negoziazione a più livelli — giudiziario, legislativo, contrattuale — che ridefinirà progressivamente i diritti e i doveri di tutti gli attori coinvolti: aziende tech, creatori, editori, piattaforme e utenti finali.

Tre scenari sembrano i più probabili nel medio termine. Il primo è quello della regolamentazione legislativa: parlamenti e commissioni intervengono con norme specifiche che stabiliscono obblighi di licenza, meccanismi di compensazione collettiva e standard di trasparenza per i dati di addestramento. Il secondo è quello della giurisprudenza evolutiva: i tribunali, caso per caso, costruiscono un corpo di precedenti che chiarisce l’applicazione delle norme esistenti ai nuovi contesti tecnologici. Il terzo è quello degli accordi di mercato: le aziende di IA, per evitare il rischio legale e reputazionale, stringono accordi sempre più ampi con i titolari dei diritti, creando di fatto un sistema di licenze de facto anche in assenza di obblighi normativi espliciti.

Nella realtà, i tre scenari si intrecceranno. E chi saprà orientarsi in questo paesaggio in trasformazione — che si tratti di un autore, di un editore o di un’azienda tech — avrà un vantaggio competitivo significativo rispetto a chi aspetterà che le regole siano scritte da altri.

Domande frequenti sul copyright e l’intelligenza artificiale

L’IA può violare il copyright?

Sì, in due modi distinti. Il primo riguarda la fase di addestramento: se un modello viene addestrato su opere protette senza il consenso dei titolari, si configura una potenziale violazione del diritto d’autore. Il secondo riguarda l’output: se un sistema genera contenuti che riproducono in modo sostanziale opere protette, anche il risultato finale può costituire una violazione. I tribunali di tutto il mondo stanno affrontando entrambe le questioni, con esiti ancora incerti.

Chi detiene il copyright su un’opera creata con l’IA?

In Italia e nella maggior parte degli ordinamenti europei, il diritto d’autore spetta all’autore umano. Un’opera generata interamente da un sistema automatico, senza un apporto creativo umano riconoscibile, non è tutelabile. Se invece l’utente ha guidato il processo con prompt elaborati e ha modificato e selezionato l’output in modo significativo, potrebbe rivendicare una tutela parziale. La linea di confine non è ancora definita con precisione dalla giurisprudenza.

Le aziende di IA possono usare liberamente opere protette per addestrare i modelli?

No, non in modo incondizionato. In Europa, la Direttiva Copyright consente il text and data mining per fini di ricerca, ma impone agli operatori commerciali di rispettare le riserve esplicite dei titolari. Negli Stati Uniti, le aziende invocano il fair use, ma la questione è oggetto di numerose cause in corso. Chi pubblica contenuti online può e dovrebbe inserire una riserva esplicita nei propri termini di servizio.

Come posso proteggere i miei contenuti dall’uso per l’addestramento dell’IA?

Le misure principali sono tre: inserire una riserva esplicita nei termini di servizio del proprio sito; aggiornare il file robots.txt per bloccare i crawler delle principali aziende di IA; verificare le opzioni di opt-out offerte dalle piattaforme su cui si pubblicano contenuti (ad esempio le piattaforme di stock fotografico). Per gli autori di libri, aderire ai registri collettivi promossi dalle associazioni di categoria è un ulteriore strumento di tutela.

L’AI Act europeo risolve il problema del copyright?

Non direttamente. L’AI Act impone obblighi di trasparenza sulle fonti dei dati di addestramento, ma non stabilisce un diritto di compensazione automatico per i titolari dei diritti. Tuttavia, l’obbligo di documentazione può rivelarsi cruciale nei contenziosi: un’azienda che non riesce a dimostrare di aver usato solo dati leciti si trova in una posizione giuridicamente più debole. Le linee guida interpretative attese dalla Commissione europea potrebbero chiarire ulteriormente il quadro nel corso del 2026.

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Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Tags: cause legali tech contenuti generati IA copyright intelligenza artificiale dati addestramento diritto d'autore IA Fair use

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