Nel settembre del 2026, lo scontro tra la Casa Bianca e la banca centrale americana raggiunge un’intensità che non si vedeva da anni. La Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse per la prima volta dal luglio del 2023, portando il costo del denaro in un intervallo compreso tra il 3,75% e il 4%, con un voto unanime di dodici a zero. La risposta di Donald Trump è arrivata immediata e tagliente: il presidente ha definito la mossa «sbagliata», ha dichiarato che i tassi dovrebbero essere molto più bassi e ha minacciato restrizioni commerciali nei confronti di Messico ed Europa. Un confronto che tocca i nervi più sensibili dell’economia americana — il fed rialzo tassi, l’inflazione, la sovranità delle istituzioni — e che proietta la sua ombra sulle elezioni di metà mandato, ormai a meno di due mesi di distanza.
Il voto della Federal Reserve è stato, per certi versi, una dichiarazione di indipendenza istituzionale. Dodici governatori su dodici hanno votato a favore dell’aumento da 25 punti base, in quello che si configura come il primo fed rialzo tassi in oltre tre anni. La scelta non è avvenuta nel vuoto: i dati sull’inflazione di agosto 2026 hanno mostrato un aumento dei prezzi al consumo del 3,4% su base annua e dello 0,4% su base mensile, con rincari diffusi in molte categorie, incluso il carburante, spinto al rialzo dalle tensioni legate al conflitto in Iran.
A guidare la banca centrale è Kevin Warsh, scelto dallo stesso Trump per presiedere la Fed. Un dettaglio non secondario: il presidente ha nominato il banchiere che ora lo sfida apertamente sul terreno della politica monetaria. Warsh, economista con una lunga esperienza nelle istituzioni finanziarie americane, ha guidato il board verso una posizione che privilegia la stabilità dei prezzi rispetto alla stimolazione della crescita nel breve termine — una scelta che, in un anno elettorale, pesa come un macigno politico.
Il fed rialzo tassi ha riportato il dibattito su un tema che accompagna da decenni la storia economica americana: fino a che punto un presidente può — o dovrebbe — interferire con le decisioni di una banca centrale formalmente indipendente? La risposta istituzionale è sempre stata la stessa: non può. Ma Trump ha dimostrato, già nel suo primo mandato, di non considerare vincolante questa convenzione.
La reazione di Trump al fed rialzo tassi è stata immediata. Il presidente ha definito la decisione un «bad move» — una mossa sbagliata — e ha sostenuto pubblicamente che i tassi di interesse dovrebbero essere all’1% o meno. Ha inoltre etichettato i tassi attuali come «artificialmente alti», suggerendo che la Federal Reserve stia deliberatamente frenando l’economia americana.
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Ma la risposta di Trump non si è fermata alla retorica. Il presidente ha minacciato restrizioni commerciali nei confronti dei Paesi che registrano un surplus commerciale con gli Stati Uniti, citando esplicitamente Messico ed Europa. Il messaggio implicito è chiaro: se la Fed non taglia i tassi, Washington userà la leva dei dazi come strumento di pressione economica su scala globale. Una logica che intreccia politica monetaria interna e relazioni commerciali internazionali in un modo che molti economisti considerano pericoloso e concettualmente confuso.
Collegare il livello dei tassi di interesse americani alle politiche tariffarie nei confronti di partner commerciali stranieri è, per definizione, un cortocircuito: la Fed non controlla i flussi commerciali, e i dazi non abbassano il costo del denaro. Eppure, nella comunicazione politica di Trump, questa connessione serve a costruire una narrativa unitaria: l’America è «sabotata» dall’interno e dall’esterno, e lui è l’unico a difenderla.
Per comprendere perché la Federal Reserve abbia scelto di alzare i tassi proprio ora, è necessario guardare ai dati che il board ha avuto sul tavolo. L’inflazione al consumo ad agosto 2026 si è attestata al 3,4% annuo, un livello ancora significativamente superiore all’obiettivo del 2% che la Fed si è data come mandato. La componente energetica ha giocato un ruolo rilevante: il conflitto in Iran ha fatto salire i prezzi del carburante, contribuendo a mantenere elevata la pressione sui prezzi in modo trasversale.
In questo scenario, il fed rialzo tassi risponde a una logica precisa: alzare il costo del denaro significa raffreddare la domanda, ridurre la spesa a credito e, nel medio termine, abbassare l’inflazione. È uno strumento blunt, come lo chiamano gli economisti anglosassoni — grezzo, con effetti che si distribuiscono in modo non uniforme sulla popolazione. Chi ha un mutuo a tasso variabile, chi vuole aprire un’attività, chi dipende dal credito al consumo: sono loro a pagare il prezzo più immediato di una stretta monetaria.
Ma la Fed ha ritenuto che il rischio di non intervenire — lasciare che l’inflazione si radichi nelle aspettative — fosse superiore al costo politico e sociale di un rialzo. Un giudizio tecnico che, in un anno di elezioni di midterm, diventa automaticamente un giudizio politico.
Il fed rialzo tassi di settembre 2026 arriva in un momento di straordinaria sensibilità politica. Le elezioni di metà mandato, che determineranno il controllo del Congresso, si terranno tra meno di due mesi. Un aumento dei tassi in questa fase può pesare sull’umore degli elettori, rallentare il mercato immobiliare, aumentare il costo dei prestiti per le piccole imprese e, in generale, rendere più difficile per l’amministrazione Trump rivendicare un’economia in salute.
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Non è la prima volta che un presidente americano si scontra con la Fed in prossimità di un appuntamento elettorale. La storia della banca centrale è costellata di tensioni con il potere esecutivo: da Richard Nixon, che pressò il presidente della Fed Arthur Burns prima delle elezioni del 1972, fino allo stesso Trump nel suo primo mandato, quando attaccò ripetutamente Jerome Powell per non aver tagliato i tassi abbastanza rapidamente. La differenza, questa volta, è che Trump ha nominato lui stesso Kevin Warsh — e Warsh lo ha comunque sfidato, guidando un voto unanime che non lascia spazio a interpretazioni ambigue.
L’indipendenza della Federal Reserve è sancita dalla legge e difesa da una lunga tradizione istituzionale. La Federal Reserve opera con un mandato duale: stabilità dei prezzi e massima occupazione. Non risponde al presidente, non risponde al Congresso nelle sue decisioni di politica monetaria giornaliera. È questo isolamento — spesso criticato come antidemocratico — che le consente di prendere decisioni impopolari nel breve termine per proteggere la stabilità nel lungo periodo.
Le minacce di Trump nei confronti di Messico ed Europa meritano un’analisi separata. Il presidente ha condizionato — almeno nella retorica — la politica commerciale americana al comportamento della Fed, minacciando restrizioni agli scambi con i Paesi in surplus commerciale con gli Stati Uniti. Si tratta di una mossa che, se attuata, avrebbe conseguenze concrete su interi settori produttivi: dall’automotive europeo all’agroalimentare messicano, dalle esportazioni di acciaio alle filiere tecnologiche.
Il surplus commerciale di un Paese con gli Stati Uniti non dipende dai tassi di interesse americani — dipende da fattori strutturali come la competitività delle esportazioni, i tassi di cambio, la domanda interna americana. Usare i dazi come leva per fare pressione sulla Fed è, sul piano economico, una non sequitur. Ma sul piano politico, serve a costruire un nemico esterno che giustifichi le difficoltà interne — una dinamica che Trump ha già padroneggiato con successo in passato.
Per i partner commerciali degli Stati Uniti, la minaccia non è nuova, ma il contesto la rende più acuta. L’Europa, già alle prese con la propria crescita anemica, e il Messico, profondamente integrato nell’economia nordamericana attraverso l’accordo USMCA, guardano a Washington con una preoccupazione che va ben oltre le dichiarazioni di un singolo giorno.
Quello che emerge da questo settembre 2026 è un quadro in cui le istituzioni americane reggono — la Fed ha alzato i tassi nonostante le pressioni, e lo ha fatto all’unanimità — ma il costo di questa tenuta si misura in tensioni politiche, incertezze sui mercati e segnali preoccupanti per i partner globali di Washington. La partita tra Trump e la Federal Reserve è tutt’altro che chiusa: con le elezioni di midterm alle porte e l’inflazione ancora sopra il target, ogni prossima riunione del board sarà un nuovo capitolo di uno scontro destinato a definire i confini reali del potere presidenziale in America.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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