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Il copilota di Flydubai e l’ascia di sicurezza: come un volo verso Israele è diventato un caso di terrorismo

Il copilota Hamam al-Hammadi ha aggredito il comandante con un'ascia di sicurezza sul volo FlyDubai diretto a Tel Aviv. La procura degli Emirati lo qualifica come atto te
Redazione Velvet 05/10/2026
Il copilota di Flydubai e l'ascia di sicurezza: come un volo verso Israele è diventato un caso di terrorismo
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Il 30 settembre 2026 un volo commerciale diretto a Tel Aviv si è trasformato in un incubo ad alta quota: quello che le autorità degli Emirati Arabi Uniti hanno poi classificato come un atto terroristico ha avuto per teatro la cabina di pilotaggio di un aereo FlyDubai, dove il copilota ha aggredito il comandante con quella che le fonti descrivono come un’ascia di sicurezza — uno strumento di emergenza presente per legge a bordo di ogni aeromobile civile. Il caso del volo flydubai attacco copilota ha scosso il settore dell’aviazione internazionale e riaperto un dibattito urgente sulla sicurezza psicologica e preventiva del personale di volo.

Cosa è successo a bordo del volo FZ1071

Il volo in questione è il FlyDubai FZ1071 — citato in alcune fonti anche come FZ1073 — partito da Dubai e diretto a Tel Aviv. Era il 30 settembre 2026 quando, in pieno volo, il copilota ha aggredito il capitano con un’ascia di emergenza. Questo strumento, obbligatorio per normativa internazionale dell’aviazione civile, è pensato per consentire all’equipaggio di aprire varchi in caso di incendio o ostruzione strutturale: nelle mani di chi lo ha impugnato quel giorno, si è trasformato in un’arma.

Le fonti descrivono l’aggressione come improvvisa e violenta. L’aeromobile ha perso quota bruscamente e ha trasmesso il codice di dirottamento — il cosiddetto transponder code 7500 — segnalando alle autorità di controllo del traffico aereo che a bordo era in corso una situazione di emergenza di natura criminale. In pochi minuti, la situazione in cabina era fuori controllo.

L’intervento eroico che ha evitato la catastrofe

A fare la differenza tra una tragedia consumata e un disastro sventato è stato il coraggio di chi si trovava a bordo. Secondo le ricostruzioni disponibili, un pilota fuori servizio presente sull’aereo e quattro passeggeri sono entrati nella cabina di pilotaggio e hanno affrontato fisicamente il copilota. Ne è seguita una colluttazione, al termine della quale l’aggressore è stato immobilizzato e legato.

È un dettaglio che merita di essere sottolineato: non si è trattato di un intervento delle forze di sicurezza, né di un sistema automatico. Sono stati esseri umani — un professionista dell’aviazione e quattro civili — a impedire che l’attacco avesse conseguenze irreparabili. Il volo è poi atterrato in sicurezza a Tabuk, in Arabia Saudita, dove il copilota è stato consegnato alle autorità.

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La qualificazione come atto terroristico: cosa dice la procura degli Emirati

Nei giorni successivi all’incidente, la Procura generale degli Emirati Arabi Uniti ha reso nota la propria valutazione: il copilota, identificato nelle fonti come Hamam al-Hammadi, cittadino omanita, aveva pianificato un atto terroristico. È una definizione che ha un peso giuridico e politico preciso: non si tratta di un gesto impulsivo o di un episodio di pilot incapacitation, ma di un’azione premeditata con finalità che le autorità inquirenti ritengono di natura ideologica.

La qualificazione come terrorismo è stata condivisa anche dalle autorità israeliane, che hanno considerato l’episodio un tentativo di attacco terroristico contro un volo diretto verso il proprio territorio. Il fatto che la destinazione fosse Tel Aviv conferisce all’episodio una dimensione geopolitica che le sole autorità emiratine non avrebbero potuto esaurire nella propria giurisdizione.

Sul piano investigativo, gli inquirenti hanno rilevato che il copilota aveva alle spalle precedenti preoccupazioni legate all’estremismo in Oman. I dettagli specifici di questi precedenti non sono stati resi pubblici in modo esaustivo, ma la loro esistenza pone una domanda difficile: come ha fatto un soggetto con questo tipo di storia a ottenere e mantenere l’abilitazione al volo su una rotta internazionale commerciale?

Il nodo della sicurezza preventiva: chi controlla i controllori?

Il caso del volo flydubai attacco copilota riaccende un tema che l’aviazione civile internazionale ha già affrontato — senza mai risolverlo del tutto — dopo episodi come quello del volo Germanwings 9525 nel 2015, quando il copilota Andreas Lubitz diresse deliberatamente l’aereo contro le Alpi francesi. Anche in quel caso, emersero a posteriori segnali che il sistema di selezione e monitoraggio psicologico non aveva intercettato.

Nel caso del volo FZ1071, la questione è ancora più complessa: non si tratta, secondo gli inquirenti, di un disturbo mentale non diagnosticato, ma di una radicalizzazione ideologica. Questo tipo di rischio è per sua natura più difficile da rilevare attraverso i test psicologici standard previsti dalle autorità aeronautiche. Le procedure di screening del personale di volo, pur essendo tra le più rigorose in assoluto nel mondo del lavoro, non sono progettate per intercettare convinzioni politiche o religiose — né, in molti ordinamenti, potrebbero farlo senza violare principi fondamentali di libertà di pensiero.

Eppure il risultato è che un individuo con un profilo già noto alle autorità omanite per preoccupazioni legate all’estremismo si trovava ai comandi di un aereo di linea con centinaia di persone a bordo. La condivisione delle informazioni tra le agenzie di sicurezza dei diversi paesi — e tra queste e le compagnie aeree — è un punto critico che questo episodio ha reso impossibile ignorare.

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L’ascia di sicurezza: uno strumento obbligatorio diventato vulnerabilità

Un elemento tecnico che ha attirato l’attenzione degli esperti è proprio l’arma utilizzata nell’aggressione. L’ascia di sicurezza — o più in generale gli strumenti da taglio di emergenza presenti in cabina — è un requisito imposto dalla normativa internazionale sull’aviazione civile. La sua presenza serve a garantire che l’equipaggio possa intervenire in caso di emergenza strutturale o incendio. È, in altre parole, una misura di sicurezza che in questo caso si è trasformata in una vulnerabilità.

Vale la pena precisare che alcune fonti descrivono l’aggressione usando termini che rimandano a un’arma da taglio in senso più ampio, senza escludere che possano essere stati coinvolti altri strumenti presenti in cabina. La dinamica esatta dell’attacco è ancora oggetto di indagine. Quello che è certo è che l’equipaggio non disponeva, in quel momento, di strumenti adeguati per neutralizzare la minaccia senza l’intervento diretto di passeggeri e del pilota fuori servizio.

La Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO) dovrà probabilmente affrontare la questione di come bilanciare la necessità di strumenti di emergenza in cabina con il rischio che questi vengano usati come armi da chi ha accesso privilegiato a quello spazio.

Domande aperte e implicazioni per il settore

A pochi giorni dall’incidente, il quadro investigativo è ancora in evoluzione. La procura degli Emirati ha classificato l’episodio come terrorismo, ma il procedimento giudiziario è appena agli inizi. Restano aperti interrogativi fondamentali: quali erano le intenzioni precise del copilota? L’obiettivo era abbattere l’aereo, dirottarlo verso un’altra destinazione, o qualcos’altro? E soprattutto: esistevano segnali che avrebbero potuto — e dovuto — essere intercettati prima che l’uomo salisse su quel volo?

Il fatto che un pilota fuori servizio e quattro passeggeri abbiano avuto la prontezza e il coraggio di intervenire fisicamente è straordinario, e probabilmente ha salvato centinaia di vite. Ma affidarsi all’eroismo spontaneo dei civili non può essere la risposta sistemica a una minaccia di questo tipo. Il caso del volo flydubai attacco copilota è destinato a diventare un caso di studio per le autorità aeronautiche, i servizi di intelligence e le compagnie aeree di tutto il mondo — non solo per quello che è successo, ma per tutto quello che avrebbe potuto essere evitato molto prima.

Quello che rimane, al di là delle indagini e dei dibattiti tecnici, è l’immagine di un aereo che scende in picchiata e di un gruppo di persone che, senza alcuna preparazione specifica, decidono di agire. È su quella scelta — e su tutto ciò che il sistema avrebbe dovuto fare prima che diventasse necessaria — che si misura la tenuta reale della sicurezza aerea globale.

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Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Tags: aviazione civile Emirati Arabi Uniti sicurezza aerea terrorismo

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