Il 6 ottobre 2026 segna una svolta storica nella vicenda politica e giudiziaria più intricata della Spagna contemporanea: con la revoca del mandato d’arresto nei confronti di Carles Puigdemont, il leader indipendentista catalano che da nove anni viveva in esilio a Waterloo, in Belgio, si chiude formalmente una delle pagine più tormentate del separatismo europeo. La decisione del giudice Pablo Llarena della Corte Suprema spagnola, conseguenza diretta di una pronuncia della Corte Costituzionale sulla legge di amnistia, riapre scenari politici che sembravano congelati per sempre — e lo fa a poche settimane dalle elezioni nazionali anticipate del 29 novembre 2026. Il fatto che il mandato d’arresto revocato riguardi Puigdemont rimette in gioco un protagonista che, anche dall’esilio, non ha mai smesso di essere un fattore determinante negli equilibri di Madrid.
Nove anni di esilio: la storia che ha diviso la Spagna
Per capire il peso di questa decisione bisogna tornare all’ottobre 2017, quando Puigdemont, allora presidente della Generalitat di Catalogna, organizzò il referèndum sull’indipendenza dichiarato illegale dal governo centrale. Il voto si tenne tra cariche della polizia, urne sequestrate e immagini che fecero il giro del mondo. Nei giorni successivi, il Parlamento catalano proclamò unilateralmente l’indipendenza, Madrid applicò l’articolo 155 della Costituzione sospendendo l’autonomia regionale, e Puigdemont fuggì in Belgio prima che potesse essere arrestato.
Da quel momento, Waterloo è diventata la sua base operativa permanente: una cittadina alle porte di Bruxelles che ha ospitato riunioni, conferenze stampa, videochiamate con i parlamentari di Junts e incontri con leader europei. Per nove anni, ogni tentativo delle autorità spagnole di ottenerne l’estradizione si è scontrato con i tribunali belgi e con le complessità del diritto europeo. Nel frattempo, Puigdemont è rimasto una figura politica attiva, eletto al Parlamento Europeo e capace di condizionare dall’estero le scelte di governo a Madrid.
Il momento più clamoroso di questo lungo esilio è arrivato nell’agosto 2024, quando Puigdemont è rientrato clandestinamente in Spagna per partecipare a un comizio a Barcellona. Riuscì a parlare alla folla e poi a sparire prima che le autorità potessero fermarlo — un episodio che dimostrò quanto la sua situazione giuridica fosse ancora irrisolta e quanto la sua capacità di muoversi fosse, paradossalmente, intatta.
La legge di amnistia e il ruolo del governo Sánchez
La chiave di volta di tutta la vicenda è la legge di amnistia approvata su impulso del governo del premier Pedro Sánchez. L’accordo risale al 2023: per ottenere l’appoggio dei deputati di Junts — il partito indipendentista di Puigdemont — e dei rappresentanti di un’altra formazione catalana, il Partito Socialista di Sánchez accettò di includere nel programma di governo una legge che estendesse l’amnistia ai protagonisti del tentativo di indipendenza del 2017.
La misura fu subito contestatissima. L’opposizione di centrodestra e di estrema destra la definì un tradimento costituzionale, un atto di resa di fronte al separatismo. I giudici della Corte Suprema, a cominciare da Pablo Llarena, avevano a lungo resistito all’applicazione dell’amnistia nei confronti di Puigdemont, sostenendo che le accuse di malversación — appropriazione indebita di fondi pubblici per finanziare il referendum — non rientrassero nell’ambito della legge. Il nodo era tecnico ma dalle implicazioni enormi: senza la copertura dell’amnistia su quel capo d’accusa specifico, il mandato d’arresto restava in piedi.
La Corte Costituzionale ha ora sciolto questo nodo, stabilendo che la legge di amnistia si applica anche alle accuse di appropriazione indebita contestate a Puigdemont. Questa pronuncia ha obbligato il giudice Llarena a revocare il mandato d’arresto, aprendo la strada a un rientro in Spagna che fino a pochi mesi fa sembrava impossibile. La stessa misura si applica agli ex ministri Toni Comín e Lluís Puig, che condividevano con Puigdemont la condizione di esiliati e di ricercati.
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Il significato giuridico della decisione
Dal punto di vista strettamente legale, la revoca del mandato d’arresto non equivale a una sentenza di assoluzione né a una dichiarazione di innocenza. L’amnistia è uno strumento politico-giuridico che estingue il reato, ma non cancella la storia degli eventi. Ciò che cambia, in modo sostanziale, è la condizione personale di Puigdemont: egli può ora rientrare in Spagna, muoversi liberamente nel territorio nazionale, partecipare alla vita politica senza il rischio di essere fermato all’aeroporto o per strada.
È una distinzione importante, perché la destra spagnola — in particolare il Partido Popular e Vox — ha già annunciato che continuerà a contestare politicamente e giuridicamente la legge di amnistia nelle sedi possibili. Ma nel breve termine, il quadro normativo è chiaro: il mandato d’arresto è revocato e Puigdemont è libero di tornare. Come e quando decida di farlo è ancora, al momento, una questione aperta. Le fonti non indicano che egli abbia comunicato una data o un piano preciso per il rientro.
Il contesto politico: elezioni nazionali e nuovi equilibri
La tempistica della decisione non è casuale, o almeno non appare tale nel contesto della politica spagnola. La Spagna si avvicina a grandi passi alle elezioni nazionali anticipate del 29 novembre 2026, e il ritorno di Puigdemont sulla scena pubblica spagnola — non solo virtuale ma potenzialmente fisico — ridisegna il campo di gioco. Junts è un partito che conta, che ha tenuto in piedi la maggioranza di Sánchez e che ora potrebbe rivendicare i frutti politici di questo accordo.
Per il centrosinistra, la revoca del mandato d’arresto è la conferma che la strategia del dialogo ha prodotto risultati concreti. Per il centrodestra, è invece la prova di una resa inaccettabile allo chantage separatista. Questo scontro narrativo dominerà la campagna elettorale delle prossime settimane, con Puigdemont come simbolo — nel bene o nel male — di ciò che la politica spagnola è diventata.
Vale anche la pena ricordare che Puigdemont non è mai stato un personaggio di secondo piano nel panorama europeo. La sua vicenda ha alimentato dibattiti sulla natura dello stato di diritto, sui limiti dell’autodeterminazione dei popoli, sul funzionamento dei mandati di arresto europei. Il fatto che la sua storia si chiuda — almeno nella sua fase giudiziaria più acuta — con una pronuncia costituzionale piuttosto che con un’estradizione o un processo, dice molto sulla complessità della questione catalana e sulla difficoltà di risolverla con gli strumenti tradizionali del diritto penale.
Cosa succede adesso
Le domande che restano aperte sono molte. Puigdemont tornerà in Catalogna prima delle elezioni? Riprenderà un ruolo pubblico diretto nella politica catalana e nazionale? E soprattutto: il suo ritorno contribuirà a stabilizzare o a riacutizzare le tensioni tra Barcellona e Madrid?
Quello che è certo è che, per la prima volta in nove anni, queste domande non sono più puramente ipotetiche. Puigdemont ha il diritto legale di tornare, e con esso riacquista una presenza politica che l’esilio aveva reso eterea ma non aveva spento. Per Reuters, la pronuncia rappresenta la rimozione di un ostacolo cruciale sul percorso del leader separatista verso la Spagna — una valutazione che cattura bene la portata storica di un momento che, qualunque cosa si pensi delle ragioni politiche in campo, segna una cesura netta nella storia recente del paese.
Quel che è chiaro è che la vicenda di Puigdemont ha sempre travalicato i confini della Catalogna, diventando uno specchio delle contraddizioni della democrazia europea quando si trova a fare i conti con il nazionalismo, il diritto all’autodeterminazione e i limiti della sovranità statale. La revoca del mandato d’arresto non chiude quelle contraddizioni: le rimette semplicemente in circolo, con nuovi attori e nuovi tempi, in una Spagna che si prepara a votare e che non ha ancora trovato una risposta definitiva alla questione catalana.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
