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Morti in custodia: il bilancio dei centri di detenzione per immigrati sotto Trump

Inchiesta sui morti in custodia ICE durante la seconda amministrazione Trump: 53 decessi registrati, condizioni critiche a Camp Montana e rimpatri forzati verso paesi ter
Redazione Velvet 20/10/2026
Morti in custodia: il bilancio dei centri di detenzione immigrati sotto Trump
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La detenzione dei migranti negli Stati Uniti è diventata uno dei temi più controversi della seconda amministrazione Trump, iniziata il 20 gennaio 2025. Da allora, i centri gestiti dall’U.S. Immigration and Customs Enforcement — l’agenzia federale nota come ICE — hanno registrato un numero crescente di morti in custodia ICE che, mese dopo mese, alimenta un dibattito sempre più acceso sui diritti umani, sulle condizioni di detenzione e sulle responsabilità dello Stato americano verso le persone trattenute in attesa di rimpatrio o di giudizio.

Numeri in continua evoluzione: quante persone sono morte

Ricostruire con precisione il bilancio dei decessi non è semplice, perché le fonti giornalistiche e le organizzazioni di monitoraggio aggiornano i dati in modo non sempre sincronizzato. Quello che emerge con chiarezza, però, è una tendenza inequivocabile: il numero di morti in custodia ICE è aumentato in modo significativo rispetto ai periodi precedenti.

Secondo quanto riportato da Il Manifesto e da Radio Città Fujiko, nel corso del 2025 si sono registrati almeno 32 decessi nei centri di detenzione ICE. Una cifra già allarmante, che però non tiene conto degli aggiornamenti successivi. Una fonte aggregata citata da Euroborsa parla di 50 morti complessivi durante il secondo mandato Trump, mentre Il Giornale d’Italia riporta un conteggio di 39 decessi abbinato a circa 1,1 milioni di deportazioni effettuate fino a quel momento. Il dato più recente disponibile riguarda i primi sei mesi del 2026: secondo La Stampa, in quel periodo sono morte 23 persone in custodia ICE — un ritmo tre volte superiore a quello registrato nel 2024. Nelle sole prime tredici settimane del 2026, i decessi sarebbero stati almeno 13.

Le discrepanze tra queste cifre riflettono metodologie di conteggio diverse, aggiornamenti progressivi e la difficoltà di accedere a dati ufficiali completi e tempestivi. Ciò che accomuna tutte le fonti è però la direzione: la mortalità nei centri di detenzione americani è in forte aumento dall’inizio della seconda amministrazione Trump.

Camp Montana: tre morti in quarantaquattro giorni

Tra i siti di detenzione che hanno attirato maggiore attenzione c’è il Camp Montana, un vasto complesso di tende allestito nella base militare di Fort Bliss, vicino a El Paso, in Texas. In soli 44 giorni, tre migranti sono morti in questo campo, un dato che ha suscitato reazioni indignate da parte di avvocati, attivisti e parlamentari democratici.

→ Leggi anche: Amministrazione Trump rimuove pannelli dal memoriale sulla schiavitù a Philadelphia: la riscrittura della storia americana

Uno dei casi documentati riguarda un migrante nicaraguense di 36 anni, morto suicida a Camp Montana nel gennaio 2026. Secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera, l’uomo era stato arrestato dall’ICE il 6 gennaio a Minneapolis, Minnesota, ed era arrivato negli Stati Uniti nel marzo 2024. Nel giro di poche settimane dal suo arresto, era già morto. La sua storia è emblematica di una dinamica più ampia: la rapidità con cui le persone vengono prelevate, trasferite in strutture lontane e isolate dai propri legami familiari e legali.

Il caso di Minneapolis non è isolato: nelle settimane precedenti, l’amministrazione Trump aveva dispiegato migliaia di agenti dell’immigrazione in quello Stato, intensificando le operazioni di arresto in una città che aveva dichiarato politiche di protezione per i migranti irregolari. La pressione delle retate ha aumentato il numero di persone detenute in condizioni spesso precarie, lontane dai propri avvocati e senza accesso adeguato all’assistenza medica o psicologica.

Casi individuali: Geraldo Lunas Campos e le vittime con un nome

Dietro le statistiche ci sono persone. Geraldo Lunas Campos, cubano, 55 anni, è morto il 3 gennaio 2026 mentre si trovava in detenzione ICE. La sua storia, riportata da Il Fatto Quotidiano, è una delle poche in cui il nome della vittima è stato reso pubblico — un passaggio tutt’altro che scontato, considerando che l’ICE non pubblica automaticamente l’identità delle persone decedute in custodia.

Il fatto che molte morti rimangano anonime rende ancora più difficile il lavoro di chi cerca di documentare questa crisi. Organizzazioni per i diritti umani e giornalisti investigativi devono spesso incrociare fonti diverse — richieste di accesso agli atti, testimonianze di familiari, dichiarazioni di avvocati — per ricostruire anche solo i contorni di ciò che è accaduto.

Il confronto con le amministrazioni precedenti

Per capire la portata del fenomeno, è utile un confronto storico. Secondo i dati riportati da Il Giornale d’Italia, durante l’era Obama — che vide circa 3,1 milioni di deportazioni — si registrarono 56 morti in custodia ICE. Durante l’amministrazione Biden, con circa 2,8 milioni di espulsioni, i decessi furono numericamente comparabili. Oggi, con soli 1,1 milioni di deportazioni contabilizzate fino a un certo punto del mandato Trump, il numero di morti in proporzione appare significativamente più alto — un dato che solleva interrogativi precisi sulle condizioni di detenzione, sulla qualità dell’assistenza sanitaria e sulla supervisione interna delle strutture ICE.

→ Leggi anche: La crisi migratoria a Ceuta: 60mila attraversamenti in due giorni e il caos europeo

È importante notare che questi numeri vanno letti con cautela: riflettono momenti diversi nel tempo e metodologie non sempre comparabili. Ma la tendenza generale — più morti in meno deportazioni — è un segnale che molti esperti considerano preoccupante.

Il sistema di detenzione: capacità, pressioni e lacune strutturali

L’aumento dei decessi avviene in un contesto di forte espansione del sistema detentivo. L’amministrazione Trump ha aumentato la capacità dei centri ICE, ricorrendo anche a strutture militari come Fort Bliss e ad accordi con carceri private. Questa espansione rapida ha però messo sotto pressione il personale, le infrastrutture e i protocolli sanitari.

I centri di detenzione ICE non sono tecnicamente prigioni, ma le condizioni in molti di essi sono state descritte da avvocati e ispettori come simili a quelle carcerarie, spesso senza le garanzie procedurali previste per i detenuti penali. Le persone trattenute possono rimanere in custodia per settimane o mesi in attesa di un’udienza o di un rimpatrio, in condizioni di incertezza prolungata che — secondo esperti di salute mentale — aumentano il rischio di crisi psicologiche acute.

Il caso del migrante nicaraguense morto suicida a Camp Montana è, sotto questo profilo, un esempio drammatico: arrestato il 6 gennaio, morto poche settimane dopo in un campo di tende nel deserto texano, lontano da Minneapolis e da chiunque lo conoscesse.

Cosa dicono i dati del 2026

Il 2026 si sta rivelando l’anno più critico dall’inizio del mandato. I 23 decessi nei primi sei mesi dell’anno — un ritmo tre volte superiore al 2024 — indicano che la situazione non si è stabilizzata, ma si è aggravata. La Stampa ha documentato come i centri di detenzione ICE abbiano raggiunto livelli record di affollamento, contribuendo a peggiorare le condizioni generali.

Le morti in custodia ICE non sono un fenomeno nuovo, ma la loro accelerazione in questo periodo storico — e la difficoltà di ottenere trasparenza dai canali ufficiali — rendono il tema urgente e meritevole di attenzione continua. Ogni numero nasconde una storia, una famiglia, un percorso interrotto. E finché i meccanismi di supervisione indipendente rimarranno insufficienti, la distanza tra i dati ufficiali e la realtà vissuta nei centri di detenzione rischierà di restare incolmabile.

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Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Tags: detenzione migranti Diritti umani ICE Stati Uniti politiche immigrazione

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