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L’Onu condanna l’embargo a Cuba: 187 voti a favore, soli Usa e Israele contro

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Redazione Velvet

Il copione si ripete, ma non per questo perde di significato. Il 29 ottobre 2026, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato per la trentaquattresima volta consecutiva una risoluzione non vincolante che condanna l’embargo Cuba ONU — ovvero il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti all’isola caraibica. Il risultato è stato schiacciante: 187 voti a favore, soltanto 2 contrari (Stati Uniti e Israele) e 1 astensione (la Moldova). Eppure, proprio in questo voto apparentemente scontato, si annidano alcune novità diplomatiche di rilievo — prima tra tutte la scelta dell’Italia di astenersi per la prima volta dal 1994, rompendo una tradizione trentennale di condanna esplicita nei confronti di Washington.

Un voto che si ripete dal 1992, con una geometria quasi immutabile

La risoluzione presentata da Cuba all’Assemblea Generale non è una novità: si tratta della trentaquattresima edizione di un testo che L’Avana porta al voto dal 1992, anno in cui iniziò questa battaglia diplomatica annuale. In tre decenni e mezzo, la sostanza del voto non è mai cambiata in modo radicale: la comunità internazionale si è sempre schierata in modo massiccio contro il blocco americano, mentre Washington ha mantenuto la propria posizione di isolamento all’interno dell’aula di vetro di New York.

Quello che cambia, di anno in anno, è la composizione di quel margine. Il numero di paesi favorevoli, contrari o astenuti racconta molto più di una semplice conta di mani: riflette equilibri geopolitici, pressioni bilaterali, orientamenti ideologici dei governi in carica. E il voto del 2026 non fa eccezione, anzi introduce alcune variabili che meritano di essere analizzate con attenzione.

L’astensione dell’Italia: una svolta silenziosa ma significativa

La notizia che ha colpito di più gli osservatori europei riguarda l’Italia. Roma si è astenuta nel voto del 29 ottobre 2026, scegliendo di non condannare esplicitamente gli Stati Uniti — una posizione che non si registrava dal 1994. Per oltre trent’anni, l’Italia aveva votato a favore della risoluzione cubana, allineandosi alla stragrande maggioranza dei paesi europei e del mondo. Questa inversione di rotta è tutt’altro che un dettaglio tecnico: segnala un riallineamento politico che va letto nel contesto più ampio dei rapporti tra Roma e Washington, e più in generale di una certa ridefinizione delle priorità diplomatiche italiane in politica estera.

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L’astensione italiana non è stata accompagnata da dichiarazioni ufficiali particolarmente elaborate, ma il gesto parla da solo. In diplomazia, astenersi è un atto che dice: “non siamo d’accordo con voi, ma non vogliamo nemmeno schierarci apertamente contro i nostri alleati”. È una posizione di equilibrio — o di ambiguità, a seconda di come la si legge — che in questo caso interrompe una tradizione trentennale e pone l’Italia in una posizione distinta rispetto a molti suoi partner europei.

Vale la pena ricordare che l’Unione Europea nel suo complesso ha storicamente condannato l’embargo americano a Cuba, considerandolo uno strumento di politica estera unilaterale incompatibile con le norme del diritto internazionale e con i principi del libero commercio. La scelta italiana di astenersi introduce quindi anche una potenziale tensione con la posizione comunitaria, che sarà interessante monitorare nei prossimi mesi.

Perché l’embargo è ancora al centro del dibattito internazionale

Per capire perché questo voto continui a mobilitare quasi duecento paesi ogni anno, è necessario fare un passo indietro e ricordare cosa sia, concretamente, l’embargo statunitense contro Cuba. Imposto nei suoi elementi fondamentali all’inizio degli anni Sessanta, dopo la rivoluzione castrista e la nazionalizzazione delle proprietà americane sull’isola, il blocco economico è stato progressivamente rafforzato nel corso dei decenni. Comprende restrizioni al commercio, al transito di capitali, ai viaggi, alle transazioni finanziarie e bancarie — e colpisce non solo le imprese americane, ma anche quelle di paesi terzi che abbiano rapporti con gli Stati Uniti e che intendano fare affari con L’Avana.

Cuba definisce questo blocco come il principale ostacolo allo sviluppo economico del paese, e lo utilizza come argomento centrale nella sua narrativa politica interna e internazionale. Gli Stati Uniti, al contrario, lo presentano come uno strumento di pressione legittimo per ottenere riforme politiche e il rispetto dei diritti umani sull’isola. È uno scontro di paradigmi che dura da decenni e che il voto annuale all’ONU cristallizza in modo plastico: da un lato, la quasi totalità del mondo che chiede la fine del blocco; dall’altro, Washington che resiste, con il solo appoggio di Israele.

Il carattere non vincolante della risoluzione è un elemento cruciale: nessun paese è obbligato a fare nulla sulla base di questo voto. Gli Stati Uniti possono ignorarlo senza alcuna conseguenza giuridica. Eppure il voto ha un peso politico e simbolico enorme, perché misura il grado di isolamento diplomatico americano su questa specifica questione e alimenta il dibattito pubblico globale sul tema delle sanzioni unilaterali.

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Il peso delle astensioni e la lettura diplomatica del risultato

Uno degli aspetti più interessanti da monitorare, in questa edizione del voto, riguarda la composizione delle astensioni. La Moldova è l’unico paese che si è formalmente astenuto nel conteggio ufficiale — ma la scelta italiana, pur non figurando tecnicamente tra le astensioni nel medesimo computo, rappresenta un segnale politico di primo piano per la sua storicità.

In diplomazia multilaterale, le astensioni sono spesso più eloquenti dei voti contrari. Un paese che si astiene non condanna, ma non approva nemmeno: è una posizione che lascia aperte le porte, che evita lo scontro diretto ma che segnala un disagio o una ridefinizione di priorità. Quando un paese come l’Italia — membro del G7, partner storico degli Stati Uniti nella NATO, economia di peso nell’Unione Europea — sceglie di astenersi su un tema come l’embargo Cuba ONU, il messaggio che manda al sistema internazionale è tutt’altro che neutro.

Questo tipo di dinamica è esattamente ciò che rende il voto annuale sull’embargo a Cuba uno strumento di lettura privilegiato degli equilibri geopolitici globali. Non è solo una questione cubana: è uno specchio delle alleanze, delle tensioni e delle ricalibrazione in corso tra i grandi attori della politica internazionale.

Cosa succede dopo: il paradosso di una risoluzione ignorata

La domanda che ogni anno rimane senza risposta è sempre la stessa: cosa cambia, concretamente, dopo il voto? La risposta onesta è: molto poco, almeno nel breve periodo. La risoluzione è non vincolante, e gli Stati Uniti non hanno mai modificato la propria politica verso Cuba in seguito a questi voti. Il blocco economico è ancora in vigore, radicato in una legislazione interna americana — in particolare nel Cuban Liberty and Democratic Solidarity Act del 1996, noto come Helms-Burton Act — che richiederebbe l’approvazione del Congresso per essere smantellata, indipendentemente dalla volontà dell’esecutivo.

Eppure, liquidare il voto come un mero esercizio retorico sarebbe un errore. La sua funzione è quella di mantenere vivo il dibattito, di registrare anno dopo anno la posizione della comunità internazionale, di offrire a Cuba uno strumento di legittimazione nella sua narrativa di resistenza. E di segnalare, attraverso le variazioni nel conteggio, i cambiamenti nelle alleanze e nelle sensibilità politiche globali. Il fatto che nel 2026 l’Italia abbia scelto per la prima volta in trent’anni di non condannare Washington in questo foro multilaterale è, in questo senso, una notizia che va ben oltre i confini del Mar dei Caraibi — e che merita di essere seguita con attenzione nelle prossime sessioni diplomatiche. Per chi vuole approfondire la documentazione ufficiale delle risoluzioni ONU su questo tema, il punto di riferimento resta il portale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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