Amnesty International: salviamo la sposa bambina iraniana condannata a morte

L’appello di Amnesty International arriva alla vigilia dell’esecuzione della condanna a morte per Zeinab Sekaanvand, accusata di aver ucciso a 17 anni il marito. 

Appena 24 ore di tempo per salvare Zeinab Sekaanvand ed accogliere così l’appello lanciato da Amnesty International. La donna curdo-iraniana, che oggi ha 22 anni, è condannata a morte (tramite impiccagione) in quanto accusata di aver ucciso nel 2012 (a soli 17 anni) il marito, molto più grande di lei. L’esecuzione è prevista già da giovedì 13 Ottobre.

La giovane, dopo l’arresto, ha confessato di aver accoltellato il marito, dopo mesi di violenza psicologica e fisica e dopo che l’uomo aveva ripetutamente rifiutato di concederle il divorzio. La sua testimonianza però, secondo quanto riportato da Amnesty International, non può essere considerata spontanea. Queste le parole di Philip Luther, del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International, riportate da ‘La Repubblica’: “Questo caso è estremamente inquietante. Intanto, Zeinab Sekaanvand aveva meno di 18 anni al momento del reato. Inoltre, prima del processo le è stato impedito di avere un avvocato e ha anche dichiarato di essere stata torturata da agenti di sesso maschile su ogni parte del corpo. Il continuo ricorso alla pena di morte contro rei minorenni dimostra come le autorità iraniane disprezzino persino gli impegni presi ufficialmente. Chiediamo che la condanna sia annullata e che Zeinab Sekaanvand sia nuovamente processata, senza infliggerle la pena di morte e nel rispetto dei principi della giustizia minorile”.

Durante l’ultima udienza, in presenza di un avvocato, la ragazza ha dato una versione diversa dell’omicidio, riportata da Amnesty: ad aver ucciso il marito sarebbe stato il fratello di quest’ultimo. Queste sue nuove dichiarazioni, però. sarebbero state ignorate. Il 22 ottobre 2014, la seconda sezione del tribunale penale della provincia dell’Azerbaigian occidentale ha condannato a morte Zeinab, sentenza poi confermata dalla settima sezione della Corte suprema.

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Photo Credits: Facebook

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