Un libro sul comodino di Berti Bruss

Scrittore, giornalista, poeta, marinaio e velista di lungo corso, Alberto “Berti” Bruss, 59 anni, è lo storico speaker della Barcolana di Trieste, la regata di barche a vela che ogni anno colora l’alto mare Adriatico di centinaia di imbarcazioni provenienti da tutto il mondo.

Ma Berti è soprattutto un uomo in carne sangue e ossa. Un reduce tornato alla vita e all’attività d’impresa, che si dedica al mondo dei disabili. Una persona che ha conosciuto benessere e celebrità, un naufragio in barca e un grave incidente in motorino, l’avvio, la prosperità e il fallimento della sua azienda, e poi lo sprofondo della depressione. E che ha attraversato l’incubo del carcere per il presunto furto di un semplice contatore del gas, di sua stessa proprietà.

Una vicenda kafkiana, nella quale Bruss è precipitato come un sassolino dentro l’implacabile ingranaggio giudiziario, per non aver aperto quelle “buste verdi” che ti arrivano a casa e che ti avvisano di qualcosa di spiacevole. Una storia che almeno in parte ricorda il gorgo infernale dell’Alberto Sordi “detenuto in attesa di giudizio”, il film di Nanni Loy del 1971.

A VelvetMag, che lo ha contattato telefonicamente, Berti racconta la sua ritrovata libertà, già dallo scorso anno, dopo una condanna a 22 mesi, scontata per 6 in cella, al penitenziario Coroneo di Trieste, poi ai domiciliari e quindi ai servizi sociali. Un’esperienza drammatica che ha rappresentato anche una riscoperta dei tanti possibili significati dell’esistenza. “Dopo questa vicenda – ci dice – non sono più capace di piangere -. E il mio intestino non funziona più in modo corretto. Se non avessi avuto accanto la mia famiglia sarei diventato un barbone”. Eppure l’aspra vita dietro le sbarre, sopportata ancora più faticosamente sapendo di avere sulle spalle una condanna assurda “mi ha insegnato qualcosa: ho compreso che ho dei limiti che non credevo di non avere, sono cresciuto come uomo…”.

Trarre il bene dal male. Estraendolo come una pietra preziosa in mezzo al fango. Dopo i primi giorni di totale smarrimento, Berti Bruss ha fatto questo in carcere. E da vecchio lupo di mare ha ricominciato a navigare. Così ha scritto un altro dei suoi libri, pubblicato quest’anno, e adesso presentato in giro per l’Italia: Giardino d’infamia – Viaggio nel mondo dei dimenticati (Pendragon, 2018). Un volumetto apparentemente di agile lettura. Ma invece spesso. Denso. Scritto in modo magistrale. In cui l’autore ripercorre con lucido distacco quei mesi maledetti. Eppure pieni di umanità e di incontri: con le profondità di se stesso e con gli altri detenuti. In quell’aldilà del carcere dove la vita è a rovescio di come funziona “fuori”.

Così Berti diventa il bibliotecario del penitenziario, cataloga al computer settemila volumi e partecipa dando tutto se stesso a ogni possibile attività di recupero della dignità umana che in galera si perde. Fino a divenire nel 2015 il primo e unico detenuto nella storia del Coroneo di Triste a ricevere un encomio. Diventa tutor di altri carcerati che frequentano la scuola, li prepara alle poche attività sociali svolte dietro le sbarre, e diventa amico e confidente di molti di loro. “L’80% dei detenuti – ci spiega – non sono veri cattivi, veri delinquenti come spesso pensiamo. Sono malviventi. Nel senso che hanno vissuto ‘male’ tutta la vita, e ciò li ha portati dietro le sbarre…”. Ecco allora nel libro la storia di Umberto, 50 anni, una vita buttata nell’alcol che lo porta a uccidere, e il sogno costante della mamma. O di Bimj, “30 anni ma come se ne avessi vissuti 300”, cresciuto in Albania col mito dell’Italia Eden di benessere, pronto a qualsiasi sacrificio per una vita migliore ma poi precipitato nel vortice dei reati di droga. O anche di Daniel, che rubava cibo nei supermercati mangiandoselo dietro gli scaffali, “capelli ricci e occhi buoni da cerbiatto, perennemente innamorato della giovane infermiera di turno”.

È il mondo dei dimenticati, come recita il sottotitolo di Giardini d’infamia. Nella nostra epoca in cui troppo spesso il carcere diventa una discarica sociale, come un tempo lo furono i manicomi. Un universo emotivo che Berti Bruss non abbandona. Adesso che l’esperienza tragica della detenzione per lui è alle spalle, fra i segni indelebili sul suo corpo vivo c’è una passione in più. Non soltanto il dedicarsi, come già faceva, ai disabili. Ma anche, e soprattutto, il progetto di scrivere ancora. “Voglio continuare il viaggio fra i dimenticati che mi ha fatto riscoprire la vita”, sottolinea, “e voglio fare un libro sui barboni, gli homeless”. Del resto, anni fa compì in barca a vela il periplo delle coste italiane assieme a un non vedente. E ne raccontò l’avventura nel libro Io i tuoi occhi, tu l’anima mia (Pendragon, 2013). Perciò buon vento, Berti. E mare calmo.

Photo credits: Facebook / Berti Bruss

 

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