Quando a agosto 2026 è comparso il nome Rhine Group sulle pagine dei principali quotidiani economici europei, molti osservatori hanno avuto la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di genuinamente nuovo: non l’ennesima commissione di esperti, non un advisory board di facciata, ma un’iniziativa che porta la firma di Mario Draghi — già presidente della BCE e presidente del Consiglio italiano — affiancato da uno dei più brillanti imprenditori tecnologici del pianeta. Il rhine group Draghi è, in sintesi, il tentativo più ambizioso degli ultimi anni di mettere attorno a un tavolo le menti migliori dell’Europa e della Silicon Valley per rispondere a una domanda scomoda: come si evita il declino competitivo del Vecchio Continente?
Cos’è il Rhine Group e perché nasce adesso
Il Rhine Group è stato fondato nell’agosto 2026 come think tank e iniziativa operativa dedicata alla competitività e alle sfide economiche europee. Il nome evoca il Reno, il grande fiume che attraversa il cuore produttivo d’Europa, e non è casuale: vuole richiamare l’idea di un’Europa centrale, manifatturiera, tecnologica, capace di scorrere con forza propria senza dipendere dalle correnti esterne. La scelta del momento non è casuale nemmeno essa: l’Europa del 2026 si trova in una fase di transizione delicata, stretta tra la pressione competitiva degli Stati Uniti — accelerata dall’intelligenza artificiale e dalle politiche industriali aggressive — e la crescita inarrestabile dell’Asia. Il vecchio modello di crescita basato sull’export e sulla manifattura di qualità mostra crepe evidenti, e i governi nazionali faticano a rispondere con la velocità che i mercati richiedono.
È in questo contesto che Mario Draghi ha deciso di tornare al centro della scena europea in una veste inedita. Non più banchiere centrale, non più premier, ma architetto di un progetto collettivo che ambisce a produrre idee concrete, raccomandazioni politiche e, possibilmente, pressione pubblica sulle istituzioni europee. Il Rhine Group non è un organo dell’Unione Europea, non ha mandato istituzionale: la sua forza sta nella reputazione dei suoi membri e nella capacità di influenzare il dibattito attraverso la qualità dell’analisi.
La co-presidenza: Draghi e Collison, un duo inedito
La struttura di vertice del Rhine Group è essa stessa un manifesto programmatico. Mario Draghi rappresenta l’Europa istituzionale nella sua forma più autorevole: decenni di esperienza nella politica monetaria, la gestione della crisi dell’euro con la celebre frase sul fare “whatever it takes”, la guida di un governo di unità nazionale in Italia. Il suo nome apre porte a Bruxelles, a Berlino, a Parigi. Porta con sé la credibilità dei numeri, la pazienza della diplomazia multilaterale, la conoscenza profonda dei meccanismi europei.
Al suo fianco, in qualità di co-presidente, siede Patrick Collison, fondatore e CEO di Stripe — la piattaforma di pagamenti digitali tra le più valorizzate al mondo — e membro del consiglio di amministrazione di Meta. Collison è irlandese, il che aggiunge una sfumatura significativa: viene da un paese piccolo che ha saputo trasformarsi in un hub tecnologico globale, e porta nel gruppo quella mentalità da builder — costruttore di sistemi, non solo analista di problemi — che spesso manca nei circoli politici tradizionali. La sua presenza segnala inequivocabilmente che il Rhine Group non intende limitarsi a diagnosi accademiche: vuole proporre soluzioni che abbiano senso anche per chi deve poi implementarle nel mondo reale delle imprese e dei mercati.
Questa co-presidenza ibrida — un tecnocrate europeo di lungo corso e un imprenditore tech di respiro globale — è forse il tratto più originale dell’intera iniziativa. Nei precedenti gruppi di riflessione europei, le figure del mondo digitale e delle piattaforme tecnologiche erano quasi sempre assenti o relegate a ruoli consultivi marginali. Qui, invece, siedono al vertice.
Il direttore esecutivo e la struttura operativa
A garantire la continuità operativa e il coordinamento quotidiano del gruppo è Luis Garicano, economista di formazione e figura ben nota nei circoli accademici e politici europei, che ricopre il ruolo di direttore esecutivo del Rhine Group. Garicano ha una lunga esperienza nella ricerca economica applicata alle politiche pubbliche, con una particolare attenzione ai temi della produttività, del mercato del lavoro e della regolamentazione digitale. La sua presenza assicura che il lavoro del gruppo abbia una spina dorsale metodologica solida e che le raccomandazioni prodotte siano fondate su analisi rigorose, non su slogan.
Il Rhine Group nel suo complesso riunisce circa 55 personalità provenienti dal mondo degli affari, dell’economia, dell’accademia e della tecnologia. Non si tratta, dunque, di un piccolo comitato ristretto: è un ecosistema intellettuale ampio, progettato per coprire un ventaglio di competenze che nessun singolo istituto potrebbe radunare da solo. Questa ampiezza è intenzionale: i problemi della competitività europea sono sistemici e richiedono sguardi multipli, dalla politica industriale alla finanza, dalla formazione all’innovazione digitale.
I profili chiave: da Pignataro a Ferrari, da Colao al mondo fintech
Tra i membri identificati del Rhine Group emergono figure che rappresentano filiere molto diverse tra loro, e proprio questa eterogeneità è uno degli elementi più interessanti da analizzare.
Andrea Pignataro è un nome di peso nel panorama della finanza europea. Fondatore di ION Group, ha costruito un impero nel settore dei software finanziari e dell’analisi dei dati applicata ai mercati. La sua presenza nel Rhine Group porta dentro il gruppo la prospettiva di chi conosce dall’interno le infrastrutture digitali della finanza europea — un settore cruciale per la competitività del continente ma spesso poco compreso da chi elabora le politiche pubbliche.
Luca Ferrari, CEO di Bending Spoons, è invece il rappresentante di una generazione più giovane di imprenditori tecnologici europei. Bending Spoons è diventata in pochi anni una delle software house più dinamiche d’Europa, con un modello di acquisizione e rilancio di app digitali che ha attirato l’attenzione internazionale. Ferrari porta nel gruppo la voce di chi ha costruito un’azienda tech di scala globale partendo dall’Italia, dimostrando che è possibile — ma anche mostrando quanto sia difficile farlo all’interno di un ecosistema europeo che ancora fatica a sostenere la crescita delle proprie scale-up.
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Vittorio Colao, già ministro per l’Innovazione tecnologica e la Transizione digitale nel governo Draghi e prima ancora CEO di Vodafone, rappresenta il punto di incontro tra l’esperienza governativa e quella corporate. Colao ha una visione diretta di quanto sia complicato tradurre le ambizioni digitali in politiche concrete, e la sua presenza nel Rhine Group aggiunge una dimensione pragmatica che spesso manca ai think tank puramente accademici.
Insieme, questi profili tracciano una mappa inedita: per la prima volta in un’iniziativa di questa natura, il mondo del fintech, delle piattaforme digitali e delle scale-up tecnologiche non è semplicemente consultato ma è parte integrante del nucleo progettuale. Nei precedenti governi e nelle precedenti commissioni europee, la presenza di figure con questo background era episodica e spesso limitata a ruoli di audizione. Nel Rhine Group, invece, siedono come pari tra pari con economisti di lungo corso e politici di esperienza.
L’agenda del Rhine Group: competitività, innovazione e il nodo europeo
Capire chi sono i membri del Rhine Group è importante, ma lo è altrettanto capire cosa si propongono di fare. L’obiettivo dichiarato è affrontare le sfide strutturali che minacciano la competitività europea nel medio e lungo periodo. Tra i temi centrali dell’agenda figurano la produttività stagnante di molte economie europee, la frammentazione del mercato unico digitale, la difficoltà delle imprese europee di crescere fino a raggiungere la scala necessaria per competere con i giganti americani e cinesi, e la transizione energetica che deve essere gestita senza sacrificare la base industriale del continente.
Il Rhine Group non parte da zero: si inserisce in un dibattito che Mario Draghi ha contribuito ad alimentare con il suo celebre rapporto sulla competitività europea, presentato alle istituzioni comunitarie e diventato rapidamente un documento di riferimento nel dibattito politico continentale. Quel rapporto aveva identificato con precisione i colli di bottiglia strutturali dell’Europa — dall’accesso al capitale di rischio alla regolamentazione eccessiva, dalla frammentazione dei mercati finanziari alla carenza di investimenti in ricerca e sviluppo — e aveva proposto una serie di interventi ambiziosi. Il Rhine Group può essere letto come il tentativo di dare seguito operativo e politico a quelle analisi, costruendo una coalizione di attori capaci di tradurle in pressione concreta sulle istituzioni.
La dimensione tecnologica è centrale in questa agenda. La presenza di Patrick Collison e di imprenditori come Luca Ferrari non è decorativa: serve a garantire che le proposte del gruppo siano ancorate alla realtà di come funzionano oggi i mercati digitali, i pagamenti, l’intelligenza artificiale applicata alle imprese. Troppo spesso, le politiche industriali europee nel settore tech sono state disegnate da persone che non avevano mai costruito un prodotto digitale né navigato le complessità di scalare un’azienda in un mercato frammentato in 27 sistemi normativi diversi.
Perché questa iniziativa è diversa dalle precedenti
Il panorama europeo è costellato di think tank, commissioni di esperti, gruppi di riflessione. Cosa rende il Rhine Group potenzialmente diverso? Ci sono almeno tre elementi che vale la pena evidenziare.
Il primo è la combinazione di legittimità istituzionale e credibilità di mercato. Draghi porta la prima, Collison e gli imprenditori tecnologici portano la seconda. Pochi gruppi precedenti hanno saputo coniugare questi due piani con altrettanta efficacia.
Il secondo è la scala della membership: con circa 55 personalità di alto profilo, il Rhine Group ha la massa critica per produrre lavoro sostanziale su più fronti simultaneamente, senza dipendere da un singolo documento o da un singolo momento di attenzione mediatica.
Il terzo — e forse il più significativo — è il timing. L’Europa del 2026 è in un momento di discontinuità reale: le vecchie certezze geopolitiche ed economiche sono venute meno, e c’è una finestra di opportunità per chi propone idee nuove con la credibilità necessaria per farle ascoltare. Il Rhine Group si inserisce in questa finestra con un profilo che nessun altro attore del dibattito europeo riesce a replicare facilmente.
Una voce per l’Europa che non vuole rassegnarsi
Il rhine group Draghi è, in ultima analisi, una scommessa sulla possibilità che l’Europa sappia ancora reinventarsi. Non attraverso le istituzioni formali, che hanno i loro tempi e i loro vincoli, ma attraverso una rete di persone che hanno dimostrato di saper fare le cose — costruire banche centrali, fondare aziende da miliardi di dollari, riformare settori industriali interi. La presenza di figure come Andrea Pignataro, Luca Ferrari e Vittorio Colao accanto a economisti e politologi di rango non è un esercizio di stile: è la costruzione di un linguaggio comune tra mondi che troppo spesso si parlano attraverso intermediari e malintesi.
Per approfondire la nascita e le prime dichiarazioni del gruppo, è possibile consultare la copertura di Euronews, che ha seguito da vicino il lancio dell’iniziativa.
Se il Rhine Group riuscirà a produrre raccomandazioni che trovano ascolto nelle capitali europee e nelle istituzioni di Bruxelles, potrebbe diventare uno degli attori più influenti del prossimo ciclo politico continentale. Se invece resterà un esercizio intellettuale brillante ma senza conseguenze pratiche, si aggiungerà alla lunga lista di iniziative ambiziose che l’Europa ha saputo generare e poi dimenticare. La differenza la farà, come sempre, la capacità di tradurre le idee in azioni — e su questo, la presenza di chi le aziende le ha costruite davvero potrebbe rivelarsi decisiva.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
