Il conflitto yemenita ha conosciuto una nuova, pericolosa accelerazione nel corso dell’estate 2026: l’offensiva houthi in Yemen verso lo Stretto di Bab al-Mandeb sta ridisegnando gli equilibri militari e commerciali di una delle rotte marittime più strategiche del pianeta. Dopo il collasso della tregua con l’Arabia Saudita, le forze ribelli sostenute dall’Iran hanno ripreso le operazioni con un’intensità che preoccupa governi, armatori e organizzazioni umanitarie. Il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale ha risposto alzando il tiro, mentre le acque del Mar Rosso meridionale tornano a essere teatro di scontri aperti.
La fine della tregua e la ripresa delle ostilità
Dal 2022 un accordo di cessate il fuoco aveva tenuto relativamente fermi i fronti tra le forze governative yemenite e gli Houthi, il gruppo armato che — con il sostegno dell’Iran — controlla vasti territori nella parte occidentale del paese dal 2014. Non si era trattato di una pace vera: piuttosto di un congelamento del conflitto, mantenuto con fatica attraverso mediazioni regionali e pressioni diplomatiche. Quella fragile architettura si è però sgretolata nel corso delle settimane più recenti, quando i combattimenti sono ripresi con rinnovata violenza lungo linee di fronte che parevano stabilizzate.
La dinamica è nota a chi segue le guerre per procura del Medio Oriente: ogni tregua porta con sé il germe della propria dissoluzione, perché nessuna delle parti rinuncia agli obiettivi strategici di fondo. Per gli Houthi, il controllo dello Stretto di Bab al-Mandeb rappresenta da anni un obiettivo militare e politico di primo ordine: chi domina quel corridoio di acqua largo appena 29 chilometri tra lo Yemen e il Gibuti controlla di fatto il passaggio tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, una delle arterie più trafficate del commercio mondiale. Rinunciarvi non è mai stato nei piani del movimento.
Il segnale più chiaro del cambio di fase è arrivato il 23 luglio 2026, quando due petroliere saudite sono state colpite da attacchi attribuiti agli Houthi. L’episodio ha avuto conseguenze immediate sul mercato dei noli: numerosi armatori hanno deciso di modificare le rotte, evitando il Mar Rosso meridionale e optando per il percorso alternativo intorno al Capo di Buona Speranza, significativamente più lungo e costoso. Una scelta che ha riportato alla memoria le tensioni del 2023-2024, quando analoghe campagne di attacchi avevano già costretto le compagnie di navigazione a ripensare le proprie strategie logistiche.
L’attacco all’11 agosto e il pericolo per la navigazione civile
La settimana dell’11 agosto 2026 ha segnato un ulteriore salto di qualità nell’escalation. Il ministero dei Trasporti yemenita ha comunicato che gli Houthi hanno attaccato una nave mercantile yemenita nello Stretto di Bab al-Mandeb. Secondo la Guardia Costiera yemenita, l’attacco ha causato la morte di almeno sei membri dell’equipaggio. L’episodio ha sollevato immediate proteste da parte del governo di Sanaa — o meglio, del governo riconosciuto dalla comunità internazionale — e ha ulteriormente deteriorato il già precario clima di sicurezza marittima nella regione.
Colpire una nave cargo yemenita — e non straniera — ha un significato politico preciso: gli Houthi intendono dimostrare di poter esercitare un controllo totale sulle acque dello stretto, indipendentemente dalla bandiera delle imbarcazioni. Non si tratta di una guerra alle potenze occidentali o ai loro alleati del Golfo, ma di un tentativo di affermare una sovranità de facto su una delle vie d’acqua più importanti del mondo. Il messaggio è rivolto tanto agli avversari militari quanto alla comunità internazionale: Bab al-Mandeb, nelle ambizioni degli Houthi, deve diventare uno strumento di pressione geopolitica permanente.
Va ricordato che il termine Bab al-Mandeb significa in arabo «porta del lamento» o «porta delle lacrime» — un nome che nella storia ha spesso rispecchiato la realtà di chi quelle acque le attraversa. Lo stretto è il quarto passaggio marittimo più trafficato al mondo, con decine di milioni di barili di petrolio e migliaia di container che lo attraversano ogni anno. Qualsiasi perturbazione in quel corridoio si traduce in aumenti dei costi di trasporto, ritardi nelle catene di fornitura globali e pressioni inflazionistiche che si riverberano ben oltre la regione.
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L’offensiva houthi in Yemen verso il controllo dello stretto
Le ambizioni degli Houthi non si limitano agli attacchi alle navi. Secondo quanto confermato da tre fonti militari houthi e da un portavoce delle forze governative yemenite nell’area vicina allo stretto, il movimento sta preparando un’offensiva terrestre finalizzata a conquistare posizioni strategiche lungo la costa che si affaccia su Bab al-Mandeb. Un funzionario yemenita ha avvertito esplicitamente che le forze houthi stanno pianificando di impadronirsi di aree lungo lo stretto, con l’obiettivo di ampliare il proprio controllo su questa rotta commerciale strategica.
L’offensiva houthi in Yemen, dunque, non è solo una questione di missili e droni: è una mossa militare con profonde implicazioni territoriali. Se le forze ribelli riuscissero a consolidare la propria presenza fisica sulle rive dello stretto, avrebbero in mano uno strumento di pressione senza precedenti. Potrebbero minacciare, rallentare o bloccare il traffico marittimo in modo molto più efficace di quanto non possano fare con attacchi sporadici, e lo farebbero da una posizione di forza negoziale difficilmente aggirabile.
La risposta del governo yemenita è arrivata su più livelli. Rashad al-Alimi, presidente del Consiglio di Leadership Presidenziale, ha dichiarato pubblicamente che le forze governative sono meglio preparate rispetto al passato per rispondere all’escalation delle tensioni. Una dichiarazione che suona come un monito, ma anche come un segnale interno: le forze armate fedeli al governo riconosciuto a livello internazionale non intendono cedere terreno senza combattere. Al-Alimi ha voluto trasmettere un messaggio di fiducia nelle capacità militari delle proprie truppe, in un momento in cui la pressione psicologica degli attacchi houthi rischia di minare il morale dei combattenti governativi.
Le implicazioni per il commercio marittimo globale
Per comprendere la portata reale di quanto sta accadendo, è necessario guardare ai numeri. Lo Stretto di Bab al-Mandeb è il passaggio obbligato per le navi che vogliono collegare l’Oceano Indiano al Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Ogni anno, centinaia di miliardi di dollari di merci transitano per quella stretta lingua d’acqua. Petrolio dal Golfo Persico verso l’Europa, container dall’Asia verso i mercati occidentali, materie prime in entrambe le direzioni: tutto passa — o dovrebbe passare — da lì.
Quando gli armatori decidono di circumnavigare l’Africa invece di attraversare Bab al-Mandeb, le conseguenze sono concrete e immediate. Il percorso alternativo intorno al Capo di Buona Speranza aggiunge circa 10-14 giorni di navigazione rispetto alla rotta attraverso Suez, con costi di carburante e noleggio proporzionalmente più alti. Questi costi extra si scaricano sulle catene di fornitura globali e, in ultima analisi, sui consumatori finali. Non è un caso che le tensioni nel Mar Rosso abbiano già contribuito, nelle scorse stagioni, ad alimentare pressioni inflazionistiche in Europa e altrove.
La decisione di molti armatori di riorientare le rotte dopo gli attacchi del 23 luglio è il segnale più eloquente dell’impatto reale dell’offensiva houthi in Yemen sul commercio internazionale. Non si tratta di una reazione emotiva o precauzionale eccessiva: è il calcolo razionale di operatori economici che mettono a confronto il rischio di perdere una nave — e il suo carico, e il suo equipaggio — con il costo di una rotta più lunga. In questo momento, per molti di loro, la rotta più lunga è quella più sicura.
Per un approfondimento sul contesto più ampio della crisi del Mar Rosso e delle sue implicazioni geopolitiche, la voce enciclopedica dedicata offre una ricostruzione dettagliata degli eventi degli ultimi anni.
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Il ruolo dell’Iran e le dinamiche regionali
Non è possibile analizzare l’escalation yemenita senza considerare il ruolo dell’Iran, il principale sponsor degli Houthi. Teheran ha fornito al movimento armato armamenti sofisticati, addestramento, intelligence e supporto finanziario nel corso di oltre un decennio di conflitto. I droni e i missili utilizzati negli attacchi alle navi mercantili portano spesso impronte tecnologiche iraniane, anche quando gli Houthi ne rivendicano la produzione autonoma.
Per l’Iran, sostenere gli Houthi nello Yemen è parte di una strategia regionale più ampia: mantenere attivi fronti di pressione in punti strategici del Medio Oriente, logorare gli avversari — in primo luogo l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti — e affermare una proiezione di potenza che va ben oltre i confini nazionali. Il controllo, anche indiretto, di Bab al-Mandeb sarebbe un risultato di straordinaria importanza geopolitica per Teheran: significherebbe avere un dito sul rubinetto di una parte significativa del commercio energetico mondiale.
L’Arabia Saudita, dal canto suo, ha vissuto la stagione delle trattative con gli Houthi con la consapevolezza che qualsiasi accordo sarebbe stato precario finché non si fosse affrontata la questione iraniana. Il coinvolgimento di Riad in Yemen, iniziato nel 2015 con l’intervento della coalizione a guida saudita, ha lasciato cicatrici profonde — economiche, militari, reputazionali — e la prospettiva di un nuovo ciclo di escalation è vista con grande preoccupazione nelle stanze del potere saudita.
La popolazione civile yemenita tra due fuochi
In questo scenario di scontri militari e calcoli geopolitici, a pagare il prezzo più alto rimane la popolazione civile yemenita. Undici anni di guerra hanno devastato il paese, che prima del conflitto era già tra i più poveri della regione. Le infrastrutture sono distrutte, il sistema sanitario è al collasso, milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari internazionali per la sopravvivenza. La ripresa delle ostilità minaccia di peggiorare ulteriormente una situazione già descritta dalle agenzie delle Nazioni Unite come una delle più gravi crisi umanitarie del mondo.
La nuova offensiva houthi in Yemen non fa distinzione tra obiettivi militari e civili: gli attacchi missilistici colpiscono aree abitate, le rotte di approvvigionamento vengono interrotte, i corridoi umanitari diventano pericolosi. Le organizzazioni non governative presenti sul territorio segnalano difficoltà crescenti nell’accesso alle zone di conflitto e nella distribuzione degli aiuti. Ogni escalation militare si traduce, quasi automaticamente, in un peggioramento delle condizioni di vita per chi già vive in condizioni di estrema vulnerabilità.
La questione umanitaria è anche una questione politica: la capacità del governo riconosciuto a livello internazionale di proteggere i civili e garantire servizi essenziali è uno degli elementi che ne determinano la legittimità agli occhi della popolazione. Se le forze governative non riescono a difendere le comunità dagli attacchi houthi, il consenso può erodersi ulteriormente, aprendo spazi che il movimento ribelle è pronto a sfruttare.
Cosa ci dicono i segnali delle ultime settimane
Guardando all’insieme degli eventi di agosto e settembre 2026, emerge un quadro coerente: gli Houthi stanno perseguendo una strategia deliberata di escalation militare e pressione geopolitica, con l’obiettivo di consolidare il controllo su Bab al-Mandeb e rafforzare la propria posizione negoziale in qualsiasi futuro processo diplomatico. L’attacco alla nave cargo dell’11 agosto, gli attacchi alle petroliere saudite di luglio, la conferma da parte di fonti militari di entrambe le parti della preparazione di un’offensiva terrestre: sono tutti tasselli di un disegno strategico che va oltre la semplice tattica militare.
La risposta del governo yemenita, con le dichiarazioni di Rashad al-Alimi sulla preparazione delle proprie forze, segnala la volontà di non cedere terreno. Ma le parole dei leader politici devono confrontarsi con la realtà sul campo, dove l’equilibrio di forze è tutt’altro che scontato. Le settimane che vengono saranno decisive per capire se l’escalation si trasformerà in un conflitto aperto su larga scala o se nuove mediazioni riusciranno a contenere la spirale. Quel che è certo è che lo Stretto di Bab al-Mandeb — quella «porta delle lacrime» che collega due mari e due mondi — è tornato al centro della storia, e con esso le sorti di un paese che non ha ancora trovato la via verso la pace.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
