Il 5 settembre 2026 Zagabria si è svegliata con le strade piene come raramente accade: circa 50.000 persone hanno sfilato nel centro della capitale croata per protestare contro uno scandalo ambientale che ha scosso l’intera opinione pubblica del Paese. Al centro della mobilitazione ci sono i rifiuti tossici illegali scoperti a Gospić, città della regione della Lika, nella Croazia centrale — un caso che ha messo a nudo anni di presunte complicità, negligenze e abusi di potere, e che oggi impone al governo di Zagabria risposte concrete e verificabili.
Una piazza che non si vedeva da anni
Le immagini della manifestazione del 5 settembre 2026 hanno fatto il giro dei media europei: decine di migliaia di cittadini, famiglie con bambini, giovani e anziani, associazioni ambientaliste e semplici residenti preoccupati per la propria salute, hanno occupato le vie del centro di Zagabria in quello che si è configurato come uno dei cortei più partecipati degli ultimi anni nella storia recente della Croazia. Le stime parlano di circa 50.000 manifestanti, un numero che racconta quanto profondamente il caso dei rifiuti tossici abbia colpito la sensibilità collettiva.
Il clima era quello di una protesta civile ma determinata. I partecipanti portavano striscioni, maschere antigas simboliche, contenitori vuoti di sostanze chimiche — un linguaggio visivo immediato, pensato per comunicare l’urgenza del problema anche a chi non conosce i dettagli tecnici della vicenda. Le parole d’ordine erano chiare: trasparenza, responsabilità, bonifica immediata. E soprattutto: un piano concreto, con scadenze vincolanti, da presentare entro venti giorni.
Quella dei venti giorni non è una richiesta vaga. I manifestanti hanno formulato un vero e proprio ultimatum al governo: entro quel termine, le autorità devono presentare un programma completo di risanamento ambientale, con impegni precisi e verificabili. È una pressione politica di enorme peso, che arriva in un momento in cui la fiducia nelle istituzioni è già messa a dura prova dallo scandalo stesso.
Cosa è emerso a Gospić: i rifiuti tossici in Croazia
Per capire perché i rifiuti tossici in Croazia abbiano generato una reazione così massiccia, bisogna guardare da vicino a ciò che è stato scoperto a Gospić. Nella città della Lika, all’interno di un ex complesso industriale, sono state identificate circa 37.000 tonnellate di rifiuti potenzialmente pericolosi. Si tratta di una quantità enorme di materiale tossico, abbandonato o interrato in modo illegale, che rappresenta una minaccia concreta per il suolo, le falde acquifere e la salute della popolazione locale.
Le indagini in corso hanno portato alla luce cifre ancora più preoccupanti: secondo quanto emerso nel corso dell’inchiesta, la quantità totale di rifiuti pericolosi sepolti nell’area di Gospić potrebbe raggiungere le 45.000 tonnellate. Un dato che, se confermato definitivamente, collocherebbe questo caso tra i più gravi episodi di smaltimento illegale di sostanze tossiche mai documentati nell’Europa centro-orientale degli ultimi decenni.
L’ex complesso industriale al centro del caso è un sito che porta con sé la storia economica e produttiva di una regione che, come molte aree dell’ex Jugoslavia, ha vissuto trasformazioni radicali dopo la dissoluzione del sistema socialista. La riconversione mancata di certi impianti, la deregolamentazione affrettata e i vuoti di controllo istituzionale hanno creato le condizioni perché qualcuno potesse utilizzare quei siti come discariche abusive, lontano dagli occhi delle autorità e dei cittadini.
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I manifestanti scesi in piazza a Zagabria hanno indicato con chiarezza la causa strutturale di questa situazione: anni di corruzione e abuso d’ufficio. Non si tratta, nella loro lettura, di un incidente isolato o di una disattenzione burocratica, ma del risultato di un sistema in cui interessi privati hanno potuto agire indisturbati grazie a connivenze e omissioni da parte di chi avrebbe dovuto vigilare. È un’accusa pesante, che il governo è ora chiamato a prendere sul serio.
La pressione politica su Plenković e l’esecutivo
Il premier Andrej Plenković, che guida il governo croato, si trova oggi in una posizione di straordinaria pressione politica. Lo scandalo dei rifiuti tossici in Croazia non è soltanto una crisi ambientale: è diventato un test sulla credibilità dell’intera classe dirigente del Paese. Cinquantamila persone in piazza sono un segnale che non si può ignorare, e la richiesta di un piano di bonifica con scadenze vincolanti entro venti giorni è formulata in termini tali da non lasciare margini di ambiguità.
Va detto con precisione, in questa sede, che le fonti disponibili confermano l’ultimatum come richiesta dei manifestanti: la risposta ufficiale e dettagliata del governo — nei suoi contenuti specifici e nelle sue modalità formali — non è al momento documentata in modo esaustivo. Ciò che è certo è che la pressione della piazza è reale, massiccia e trasversale, e che il governo non può permettersi di ignorarla senza conseguenze politiche significative.
Plenković è a capo di un esecutivo che negli ultimi anni ha dovuto confrontarsi con diverse polemiche legate alla gestione del territorio e alle politiche ambientali. Il caso di Gospić si inserisce in questo quadro e rischia di diventare il punto di rottura nella fiducia tra cittadini e istituzioni. La mobilitazione del 5 settembre non è stata organizzata da un singolo partito di opposizione: ha avuto un carattere civico e trasversale, il che la rende politicamente ancora più difficile da gestire per chi è al governo.
Gospić e la regione della Lika: un territorio vulnerabile
Per comprendere pienamente la portata della crisi, è utile conoscere meglio il contesto geografico e sociale in cui si è consumato lo scandalo. Gospić è il capoluogo della regione della Lika, un’area montuosa e scarsamente popolata della Croazia centrale, caratterizzata da paesaggi di grande bellezza naturalistica ma anche da una storia economica segnata da marginalità e spopolamento. La Lika è una delle aree più povere della Croazia, con una densità demografica tra le più basse del Paese e un tessuto produttivo fragile.
Proprio questa fragilità ha reso la regione vulnerabile. Le aree depresse, con meno risorse per i controlli ambientali e meno voce politica nelle sedi nazionali, sono storicamente più esposte al rischio di diventare destinazione di rifiuti illegali. Non è una specificità croata: è un fenomeno documentato in tutta Europa, dove le aree periferiche e meno sviluppate pagano spesso il prezzo delle attività illecite legate allo smaltimento di sostanze pericolose.
La scoperta delle tonnellate di rifiuti tossici nell’ex complesso industriale di Gospić ha dunque colpito una comunità già provata, e ha generato una risposta che è andata ben oltre i confini regionali, coinvolgendo l’intera società civile croata. Il fatto che la protesta si sia svolta a Zagabria, e non a Gospić, dice molto: è la capitale che si è mobilitata in solidarietà con una periferia che da sola non avrebbe la forza di farsi sentire.
Il nodo della responsabilità: corruzione e controlli mancati
Uno degli aspetti più delicati dello scandalo riguarda la catena di responsabilità. I manifestanti hanno indicato nella corruzione e nell’abuso d’ufficio le cause profonde di quanto accaduto. Questa lettura implica che lo smaltimento illegale non sia stato semplicemente il risultato di una negligenza, ma di un sistema in cui qualcuno ha deliberatamente chiuso gli occhi — o peggio, ha facilitato — l’arrivo e l’interramento di materiali pericolosi.
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Le indagini in corso dovranno chiarire chi ha autorizzato, chi ha taciuto e chi ha guadagnato da questa situazione. Si tratta di accertamenti complessi, che coinvolgono potenzialmente funzionari pubblici, imprenditori privati e intermediari del settore dei rifiuti. Il sistema di gestione e smaltimento dei rifiuti pericolosi è, per sua natura, un settore opaco, in cui la filiera è spesso lunga e difficile da tracciare, e in cui i controlli richiedono competenze tecniche specializzate e risorse adeguate.
La questione della responsabilità penale è separata — ma non indipendente — da quella della bonifica ambientale. I cittadini che hanno manifestato il 5 settembre vogliono entrambe le cose: che i colpevoli siano individuati e perseguiti, e che il sito venga messo in sicurezza e ripristinato. Queste due istanze non si escludono, ma richiedono percorsi diversi e tempi diversi, e il governo dovrà essere in grado di gestirle in parallelo senza che l’una ritardi l’altra.
La gestione dei rifiuti pericolosi: un problema di sistema
Il caso croato riporta all’attenzione un tema che l’Unione Europea affronta da decenni: la gestione sicura e legale dei rifiuti pericolosi. Le normative europee in materia sono tra le più stringenti al mondo, ma la loro applicazione concreta dipende dalla capacità dei singoli stati membri di dotarsi di strutture di controllo efficaci, di investire nella formazione degli ispettori ambientali e di garantire trasparenza nelle filiere di smaltimento.
La copertura della vicenda da parte di Tgcom24 ha contribuito a portare il caso all’attenzione del pubblico italiano e internazionale, sottolineando la dimensione dello scandalo e la risposta della società civile croata. La mobilitazione di Zagabria ha avuto risonanza anche fuori dai confini nazionali, proprio perché tocca questioni che riguardano l’intera Europa: la legalità nello smaltimento dei rifiuti industriali, la protezione delle aree vulnerabili, il diritto delle comunità locali a vivere in un ambiente sano.
I rifiuti pericolosi non spariscono semplicemente perché vengono interrati illegalmente. Al contrario, continuano a rilasciare sostanze tossiche nel suolo e nelle acque per anni, talvolta decenni, con effetti sulla salute che possono manifestarsi lentamente e che sono spesso difficili da attribuire con certezza a una singola fonte di contaminazione. Questo è il motivo per cui la bonifica di siti come quello di Gospić è urgente, tecnicamente complessa e costosa: richiede interventi specializzati, monitoraggio continuo e risorse ingenti che spesso i bilanci locali non sono in grado di sostenere da soli.
Cosa chiedono i manifestanti: l’ultimatum dei venti giorni
L’ultimatum lanciato dalla piazza è preciso nella sua formulazione: entro venti giorni dalla manifestazione del 5 settembre, il governo deve presentare un programma completo di bonifica, con scadenze vincolanti e meccanismi di verifica pubblici. Non una dichiarazione di intenti, non una commissione di studio: un piano operativo, con risorse identificate, responsabili nominati e tappe intermedie misurabili.
Questa richiesta riflette una maturità politica della società civile croata che merita attenzione. I manifestanti non si sono limitati a esprimere rabbia — cosa del tutto comprensibile di fronte a uno scandalo di questa portata — ma hanno formulato una domanda concreta e verificabile. Questo tipo di pressione è più difficile da eludere di una generica protesta emotiva, perché crea un’aspettativa misurabile nel tempo.
Il governo ha ora davanti a sé una scelta che definirà la sua credibilità nei mesi a venire. Cinquantamila persone in piazza a Zagabria, la scoperta di decine di migliaia di tonnellate di rifiuti pericolosi interrati illegalmente nella Lika, e un’opinione pubblica che chiede conto di anni di corruzione e omissioni: sono ingredienti di una crisi che non si risolve con le parole. La Croazia — e con essa l’Europa intera — osserva come le istituzioni sapranno rispondere a una delle sfide ambientali e politiche più urgenti che il Paese abbia affrontato negli ultimi anni.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
