Il 15 settembre 2026 il Senato ha approvato la riforma della legge elettorale sostenuta dal governo Meloni, con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astensioni. Un passaggio atteso e politicamente carico, che riaccende il dibattito — mai davvero sopito in Italia — su come si traduce il voto dei cittadini in seggi parlamentari. La legge elettorale Meloni, ribattezzata dai suoi critici Melonellum e dai suoi sostenitori Stabilicum, non è ancora definitivamente in vigore: il testo modificato dal Senato torna ora alla Camera per l’approvazione finale. Ma il percorso è tracciato, e le sue implicazioni meritano un’analisi attenta.
Dal Rosatellum al Melonellum: perché si cambia
La legge in vigore fino a oggi è il Rosatellum, un sistema misto che combina quota proporzionale e quota maggioritaria in collegi uninominali. Non è mai stato particolarmente amato né dagli elettori né dai partiti — troppo complicato per i primi, troppo vincolante per i secondi — ma ha governato due tornate elettorali, comprese le politiche del 2022 che hanno portato Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
La riforma ora in discussione nasce dall’esigenza — dichiarata dalla coalizione di centrodestra — di garantire stabilità governativa pur restituendo centralità alla rappresentanza proporzionale. Il nome Stabilicum, scelto dai promotori, riflette esattamente questa ambizione: un sistema che non produca governi balneari né frammentazione ingestibile, ma che al tempo stesso non sia un maggioritario puro. L’opposizione, invece, ha scelto il nome Melonellum per sottolineare la paternità politica della riforma, e ha parlato apertamente di legge truffa.
Come funziona il sistema: il premio di maggioranza
Il cuore della riforma è un impianto prevalentemente proporzionale, corretto da un premio di maggioranza che scatta per la coalizione o la lista singola che supera il 42% dei voti. Non si tratta di una soglia simbolica: chi la raggiunge ottiene un pacchetto di seggi aggiuntivi che consolida la sua posizione parlamentare.
Nel dettaglio, il premio garantisce 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, all’interno di un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori assegnabili con questo meccanismo. L’obiettivo dichiarato è assicurare che chi vince le elezioni abbia una maggioranza funzionante senza dover dipendere da alleanze post-voto costruite sul filo dei voti di fiducia. I critici, però, obiettano che il premio distorce la rappresentanza: una coalizione che prende il 43% potrebbe controllare una quota di seggi sproporzionatamente superiore al suo peso elettorale reale.
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La riforma introduce inoltre le liste bloccate in collegi plurinominali, il che significa che gli elettori non scelgono il singolo candidato ma votano per una lista il cui ordine è predeterminato dai partiti. È uno degli aspetti più contestati, perché rafforza il potere delle segreterie di partito nella selezione del personale parlamentare.
Il nodo delle preferenze: il caso del voto in Camera
Uno degli episodi più rivelatori dell’intero iter legislativo è avvenuto durante l’esame alla Camera, a luglio 2026. Un emendamento proposto da Fratelli d’Italia per reintrodurre le preferenze è stato bocciato per un solo voto: 188 contrari contro 187 favorevoli. Un margine minimo che ha scatenato la caccia ai franchi tiratori all’interno della stessa maggioranza.
Il ministro Francesco Lollobrigida è stato tra i più duri nel denunciare i franchi tiratori che avrebbero votato contro la proposta di preferenze, tradendo la linea del gruppo. L’episodio ha messo in luce le tensioni interne alla coalizione su un punto sensibile: le preferenze aumentano il peso dell’elettore ma riducono il controllo dei vertici di partito sulle candidature.
Al Senato, però, la situazione si è parzialmente evoluta: durante l’esame di palazzo Madama le preferenze sono state in parte reintrodotte, modificando il testo approvato dalla Camera. È proprio questa modifica a rendere necessario il ritorno del testo alla Camera per un’ulteriore votazione finale. Un ping-pong parlamentare che riflette le negoziazioni ancora in corso tra le diverse anime della maggioranza.
Le reazioni dell’opposizione: “legge truffa”
Le forze di centrosinistra non hanno usato mezzi termini. La definizione di legge truffa — evocativa di polemiche elettorali lontane decenni — è tornata a circolare con insistenza nei corridoi di Montecitorio e di palazzo Madama. Le critiche si concentrano su tre punti: il premio di maggioranza ritenuto eccessivo, le liste bloccate che tolgono potere agli elettori, e la soglia del 42% considerata troppo bassa per giustificare un bonus così consistente in termini di seggi.
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L’iter della riforma ha attraversato entrambe le camere con numeri significativi ma non schiaccianti. Alla Camera, a luglio 2026, il testo era passato con 217 sì, 152 no e 2 astensioni. Al Senato, il 15 settembre, i voti favorevoli sono scesi a 113, con 71 contrari. In entrambi i casi, la maggioranza ha retto, ma senza i margini di un consenso trasversale.
Cosa succede adesso: il percorso verso la legge definitiva
Il testo approvato dal Senato non è identico a quello uscito dalla Camera a luglio: le modifiche introdotte — in particolare sulla questione delle preferenze — impongono un nuovo passaggio a Montecitorio. La Camera dovrà quindi votare nuovamente sul testo emendato prima che la riforma possa essere promulgata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale.
Questo significa che la legge elettorale Meloni non è ancora definitiva, e che il dibattito politico è destinato a continuare nelle prossime settimane. Rimangono aperti alcuni nodi tecnici sul testo finale — tra cui le modalità precise di applicazione del sistema delle preferenze — che il passaggio alla Camera dovrà chiarire. Per approfondire i dettagli delle modifiche introdotte al Senato, è utile consultare l’analisi di Pagella Politica, che ha seguito l’iter con puntualità.
Il quadro politico: stabilità o vantaggio di parte?
Il dibattito sulla legge elettorale Meloni non è solo tecnico: è profondamente politico. Ogni sistema elettorale favorisce chi lo progetta, e la storia italiana è piena di riforme che portano il nome del loro ideatore — dal Mattarellum al Porcellum, dal Italicum al Rosatellum. Il fatto che anche questa riforma abbia già due soprannomi — uno scelto dai fautori, uno dai detrattori — dice molto sul livello di contrapposizione.
Il centrodestra sostiene che il Stabilicum garantirà finalmente quella stabilità governativa che l’Italia insegue da decenni, riducendo il rischio di crisi al buio e di governi tecnici non eletti. Il centrosinistra risponde che un premio di maggioranza innescato al 42% rischia di consegnare la guida del paese a una minoranza relativa ampliata artificialmente, tradendo il principio di rappresentanza proporzionale che il sistema dichiara di rispettare.
Entrambe le posizioni contengono elementi fondati, e la risposta definitiva — come spesso accade con le leggi elettorali — arriverà solo con il primo voto celebrato sotto le nuove regole. Nel frattempo, l’Italia si prepara a un altro round parlamentare, con la Camera chiamata a pronunciarsi su un testo che ha già attraversato mesi di negoziati, emendamenti e voti al cardiopalma.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
